Recensione
Hosannas From The Basement Of Hell Killing Joke
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Post Punk Voti redazione e staff

Killing Joke

Hosannas From The Basement Of Hell

Cooking Vinyl UK

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Sono passati quasi trent’anni da quando i Killing Joke mossero i loro primi passi, e lo fecero in un tempo tra i più frenetici e dinamici della storia del rock. Non è un caso che continuino ad affacciarsi sulla scena musicale gruppi che, bene o male, fanno riferimento alla new wave, una caratteristica che ormai non è più catalogabile né come semplice tendenza né come mero omaggio a una stagione irripetibile. Non è il solito discorso del frullato postmoderno, della contaminazione di generi e stili, ma un ammettere che in quegli anni è stato detto tanto e che certe intuizioni possono tranquillamente essere sviluppate anche ai giorni nostri.

Questo discorso non sempre vale per chi quella stagione l’ha vissuta di persona: quante reunion malriuscite ci sono passate sotto gli occhi, quanti miti si sono riscoperti imbolsiti su un palco? Fanno in parte eccezione i Killing Joke, gruppo defilato ma per niente secondario, che rientra proprio nella categoria di chi ha detto certe cose prima degli altri e può quindi riprendere in mano il filo del discorso, anche a distanza di anni. Il gruppo di Jez Coleman e Kevin Walker è stato infatti il trait d’union tra gli estremismi (anche concettuali) dei primi gruppi di rock industriale e l’apertura più rock/metal, che avrebbe portato negli anni Novanta gente come Ministry e Nine Inch Nails sulle copertine di tutte le riviste musicali più in.

Tornati quindi con Millennium (Butterfly / Big Life, 1994) a far sentire la propria voce - e, ammettiamolo, anche a tentar di far cassa -, i Killing Joke sono riusciti quantomeno a non diventare la caricatura di loro stessi, anche se a livello di sound non sono stati più in grado di andare oltre Extremities, Dirt & Various Repressed Emotions (Noise International / Sony BMG, 1990). Non fa eccezione quest’ultimo album che, pur senza far gridare al miracolo, li conferma come band di talento oltre che di esperienza.

Si alternano così ritmi serrati ad atmosfere più ricercate, che di apocalittico hanno però solo il suono, a partire dalla title-track che nel break centrale ricorda però i Fear Factory. Si prosegue con Invocation che, se da un lato può rievocare i Laibach, dall’altro si avvicina ai Therion per il suo crescendo orchestrale, anche se poi per fortuna la chitarra mantiene ancora un bel suono grezzo. Majestic parte come il theme di un film horror (con tanto di risatina infernale) prima di ingranare con l’usuale cyber melodia, davvero tutt’altro che datata. Meno bene va con le successive Walking With Gods e Lightbringer, due pezzi normalissimi, monotoni come gli ultimi Ministry.
Il disco chiude con due pezzi d’effetto: Judas Goat, col cantato-nenia di Coleman a tenere su da solo tutta la struttura della canzone che intanto si dilata, pur senza arrivare agli estremi di Neurosis o del doom più apocalittico; e infine Gratitude, degna chiusura che fa venire in mente un gruppo che invece ha avuto una vita breve ma folgorante: i God Machine.

(6.7/10)

Scheda: Killing Joke

Pubblicazione: 01 Aprile 2006

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Roberto Canella

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