E’ curioso constatare come i Comets On Fire abbiano deciso di abbassare i volumi del loro muro di suono chitarristico per lasciar riaffiorare sulla superficie dinamiche quasi frippiane (diciamo King Crimson era In The Wake Of Poseidon), eppure è quanto accade nell’iniziale Dogwood Rust. Sia detto, lo sfondo resta sempre quel magma sonoro alla Hawkind,la cui trama viene ispessita ulteriormente dall’immancabile echoplex di Noel Harmonson, ma come biglietto da visita il brano lascia presagire novità.
Novità gradite, che non si fatica a scorgere nei toni quasi soft (meglio: meno forsennati del solito) di Jaybird – mai il fraseggio delle chitarre è stato voce solista come in questo caso – e nel blues acido e cantabile di Lucifer’s Memory.
The Swallow Eyes e soprattutto Holy Teeth si fanno depositarie dell’annoso dilemma sulla posizione dei Comets On Fire, mai troppo chiari in proposito, nei confronti dello stoner. Discussione sterile e fine a sé stessa, se non fosse che rinfocola il dubbio su quanto, e se, Ethan Miller e compagni siano succubi di quella che Bloom chiamava angoscia dell’influenza, la causa prima, a ben vedere, della fine poco edificante a cui è giunto lo stoner. Se è altamente probabile che la musica dei cinque sia solo maschera di revivalismo cieco e a volte persino becero, dietro la quale invero si nascondono ben altri tesori da scovare nelle maglie nascoste del loro suono, come dobbiamo allora comportarci di fronte al rifferama seventies compiaciutamente ignorante di Holy Teeth?
Per fortuna intervengono Sour Smoke, strumentale tutta organo e Iron Butterfly, flower power mediato dalle intuizioni folk di Ben Chasny, e il pop psichedelico – presumibilmente farà la gioia dei nostrani Jennifer Gentle - di Hatched Upon The Age a confermare Avatar il parto più maturo e accessibile di una band il cui vivido sguardo sul futuro sembra non risentire di nessuna angoscia retrospettiva.
(7.2/10)
Scheda: Comets On Fire
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