Recensione
Comicopera Robert Wyatt
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jazz rock Voti redazione e staff

Robert Wyatt

Comicopera

Domino

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E’ lo stesso Wyatt a spiegarci la fragranza di questo disco, suggerendo d’essersi ispirato alla straripante comunicativa degli album di Charles Mingus con band di cinque, sei, undici elementi. Vale a dire, all’atmosfera amicale che permeando lo studio finiva inevitabilmente per contagiare la musica. Gli amici coinvolti nel progetto sono i "soliti" Phil Manzanera (nel cui studio casalingo sono avvenute le registrazioni), Brian Eno, Paul Weller, l'ottima trombonista Annie Whitehead e il pianista David Sinclair tra gli altri. Wyatt insomma può permettersi di consegnare se stesso (con tutto ciò che questo significa, e non sia letta come una frase fatta) alle grazie di cotanta benemerita atmosfera, e così sfornare ciò che l'estro - del momento, nel momento - suggerisce e consente.

Poi però non deve stupire se Comicopera si struttura come una vera e propria… opera in tre atti. Atti d'accusa, a dirla tutta. Rivolti ad un mondo di uomini che perseguono con ostinazione la decadenza, la rovina, la tragedia. Evitando con naturalezza - con grazia wyattiana - le trappole della retorica, persino quando nel finale si permette di rispolverare il commosso ricordo/rimpianto di Che Guevara (lo aveva già fatto con Song For Che in Ruth Is Stranger Than Richard). Atti di vita consapevole e partecipe, potremmo quindi dire. Il primo dei quali (dal titolo Lost In Noise) si apre col delirio blues di Stay Tuned a firma Anja Garbarek, riportato sulla terra tra coretti angelici e quel contrabbasso che scomoda allucinazioni Badalamenti, la voce rappresa in una sorta di gelatina sintetica, gli ottoni a scompaginare le coordinate emotive. Trepidazione calda e un bel po' angosciosa, che il valzer jazzato della successiva Just As You Are (scritta assieme alla moglie Alfreda) sbaraglia con aria da solenne banalità, in virtù anche del canto soave di Monica Vasconcelos.

E' un inizio a dir poco disarmante. Siamo all'esasperazione di quella tipica facilità d'approccio che caratterizza Wyatt fin dall’epoca Matching Mole. L'atto secondo (The Here and The Now) non smentisce questa immediatezza, schiudendosi col folk elettroacustico di A Beautiful Peace (un Dylan pacificato) e ospitando uno swing sferzante e stiloso (Be Serious) che ricorda il Lou Reed di The Beginning Of the Great Adventure. Poi però On The Town Square è uno strumentale caraibico vetroso che giochicchia tra impalpabili cianfrusaglie covando una malinconia che somiglia all'angoscia, la spettrale Out Of The Blue è una giustapposizione eniano/bjorkiana di tecnologia (vocoder, synth, tromba effettata...) e natura (la manifestazione analogica di sax e tromba) che si specchiano senza compenetrarsi. Sembra uno schema consueto, per quanto un po' annacquato: la sperimentazione in souplesse, il decollo verso sfere sempre più astratte e astruse. Invece, in realtà, non è così.

Difatti la terza e ultima parte (Away With The Fairies) si compie all'insegna di una nostalgica mestizia, rinuncia all'idioma inglese e con questo compie una garbata ma ferma dissociazione. Rilegge la solenne gravità CSI di Del mondo - stordente e ineffabile tra archi pizzicati e synth -, palpeggia languore ineluttabile con Cancion De Julieta - testo di Garcia Lorca - e infine, come già detto, ci saluta con la rumba allarmata tra spasmi jazz e atmosferica commozione della classica Hasta Siempre Comandante. Tirate le somme, forse il disco più leggero mai licenziato da Wyatt, tuttavia come al solito portatore sano di nutritive complessità, da indagare nel tempo e col tempo. Tanto Robert sarà sempre lì, col suo sorriso senza scampo, a indicarci la strada senza alzare un dito.

(7.0/10)

Scheda: Robert Wyatt

Pubblicazione: 01 Ottobre 2007

File under: jazz rock

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Stefano Solventi (Album 2007)

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