Esempio perfetto di come e quanto le parole talvolta siano costrette a rincorrere senza speranza, goffamente, inutilmente: ecco The End Of An Ear, primo disco solista di Robert Wyatt, piantato tra la crisi dell’avventura Soft Machine e la breve folgorante escursione dei Matching Mole. Quindi predecessore di quel Rock Bottom che taluni giudicano il miglior disco di sempre. E di quel volo di tre piani che relegherà Bob su una sedia a rotelle, chiamandolo a una vita nuova e a sentir lui – c’è da crederci - più felice. Primo frutto del nuovo corso fu appunto Rock Bottom, melodie trasparenti come cristallo e inafferrabili come vapore, un tuffo nel denso della fantasia, a palpeggiare la radice delle emozioni, il suono come l’impronta lasciata dai sogni su palpebre socchiuse. Disco che toglie il fiato per non restituirlo. Un capolavoro punto e basta. A fronte del quale il qui presente predecessore viene sistematicamente – e nei casi migliori - ignorato, altrove rubricato come bizzarria o prova d’orchestra. Oppure, più spesso, pubblicamente dileggiato come (acido) peccato di gioventù.
The End Of An Ear è invece un disco straordinario. Da titolo appropriatissimo: perché buffescamente l’orecchio termina dove il suono si disgrega anarchico, nei balbettii dada, nei melismi accelerati, nei pianoforti ebbri, nel guizzare convulso dei reperti sonori, nei percussionismi nevrastenici e scorticati di Las Vegas Tango (a firma Gil Evans). E’ l’inizio delle danze, uno shock necessario che scaraventa nel golfo mistico di un’orchestra birbona. The End Of An Ear oppure The End Of An Year, ma meglio ancora – con rapido anagramma – The End Of An Era, perché siamo già oltre lo schianto dei sogni di rock’n’roll, il liquefarsi delle utopie in un tramonto che appare tanto inevitabile quanto assurdo, surreale e ironico proprio come l’immagine in copertina. Non parole dunque a trascinare concetti intossicati, ma vocalizzi sparsi e spesso trasfigurati: i credits attribuiscono infatti a Wyatt strumenti come drums, piano, organ e… mouth! Per una psichedelia non più “viaggiante”, perché tutto avviene come in camera, quantunque stanza dei giochi per strapazzare più o meno vaghi filamenti Canterbury (vedi la marziale To Mark Everywhere o To Caravan And Brother Jim, trepida frase di piano ingoiata da flemmatiche disarticolazioni). L’apice della free attitude tocca però alla centrale To Nick Everyone, tra pazzarielli cabaret di sax e tromba, tachicardie scagliose di basso, il digrignare ora burbero ora aguzzo del piano e l’attitudine microcalligrafica di drumming e percussioni.
Ironia abbiamo detto, l’ebbrezza di un roteare eccentrico attorno a qualche specie di disperazione. Cioè abbandonarsi ad una levità effimera ma quanto mai utile, provvido balsamo sulle ferite (vedi la tesa inconcludenza funk-jazz di To Saintly Bridget, o l’emblematica follia di To The Old World). La tristezza che rimane sullo sfondo salvo affiorare appieno in To Carla, Masha And Caroline, l’organo un toccante bordone, il piano un riff traslucido, ghirigori elettronici a sfrangiare i contorni, spuma capricciosa e sottile incanto. Sempre comunque esperienza d’ascolto immediata, spoglia degli abissi virtuosistici del jazz pur indossandone più di un abito, disco rock aperto alla polverizzazione della forma, ad uno sferzante auto-rinnegarsi che poi sarà – come ben sappiamo - il motivo portante di molta new wave fino al fantomatico post rock.
La ripresa di Las Vegas Tango – con lo zufolare smozzicato di Robert a tracciare un solco nell’aria, il piano in autoanalisi, spiritelli sonico-vocali, omeomerie d’organo, il ritmo come un meccanismo d’orologio - chiude il programma nel segno di una grazia sgraziata ma seducente, sospesa a precipizio sul vuoto delle speranze in fuga, salda nell’abbraccio di un’anima in bilico ma ancora consapevole di sé. Il che ci porta a meditare su cosa possa e non possa il pop-rock quando tenta di annusare la Storia, estraneo e complice, interprete e carnefice. Pulsazione individuale sul polso sterminato del mondo. Un’insensatezza assennatissima, prima della fine. Prima di quella fine.
(7.8/10)
Scheda: Robert Wyatt
Pubblicazione: 01 Agosto 2008
File under: jazz rock
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