Preferiamo ormai guardare a essi come un rumore di fondo; tutto pur di evitare di prestarvi attenzione e di rimanere costantemente delusi e schifati. Ma il nostro moralismo nei confronti dei mezzi di comunicazioni di massa subisce una messa in discussione quando parliamo di radio pubblica. Intro enfatica per una recensione che non parla solo di autore e titolo, ma anche di circostanze e pratiche. Era il 1981 quando Radio 3 Rai chiamò Robert Wyatt nei suoi studi; volevano osservare e registrare il suo “reale processo creativo”, e quindi lo invitarono a stare una settimana a Roma ma a fare quello che era abituato a fare: partire da idee musicali e svilupparle. “Non erano interessati a ottenere un prodotto finito”, quanto a “mostrare il processo”.
Robert decise di non arrivare là con materiale già pronto, non assunse il contesto come ambiente dove inscenare qualcosa di già disposto e pianificato, come spesso avviene in una dimostrazione di laboratorio. Arrivò con la testa note e voce e si mise a sviluppare le texture di incastri e di livelli che universalmente già gli si riconosceva come tratto distintivo. E in questo esperimento radiofonico ne abbiamo mirabolanti esempi. Il laboratorio di Wyatt è un sistema di maglie che prendono vita nell’incredibile equilibrio di suoni e cose, improvvisazioni e melodie, effetti e voci. C’è il tema dell’Albero degli zoccoli come il rifacimento di Billie’s Bouncie di Charlie Parker. Ma soprattutto, per l’appunto, c’è un processo colto e restituito, un processo nelle cui note si percepisce la grana della prova, e per nemmeno un istante l’ansia da prestazione. Una sicumera e un sorriso di stare davanti a tante piste da mettere insieme. “Solo in seguito mi sono accorto che certi frammenti erano legati tra loro da una certa coerenza”, dice Wyatt. Tanto basta per riprendere questo coacervo di “procedure” e darlo alle stampe, per la prima volta, ventotto anni dopo, nella collana Tracce di Rai Trade. Esperimento riuscito.
(7.2/10)
Scheda: Robert Wyatt
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