Lo si capisce dalla copertina. Nella precedente era orrendo, ritratto in una foto in bianco e nero a mo’ di rock’n’roll graffitti quando dentro ci trovavi le classiche sonorità wave pop britanniche appena sporcate di Northern Soul. In questa s’è fatto il portrait da ometto: bianco e nero ultra adult e posa da annali di qualche università per ricchi (o sarebbe forse meglio dire New Romantic?).
L’album va di conseguenza e non bada a spese. Rispetto quell'esordio (il deboluccio Matinée), il sound sboccia in qualcosa di potente, ambizioso, emozionante. In pratica è un arioso wave pop in una girandola di colori, una versione post-moderna di Wish dei Cure per capirci, e pure molto oltre.
Le influenze soul di Jack resistono, come pure quelle cooksiane, eppure queste iniezioni latine ribaltano le sorti dell'album: c’è samba e caraibi nei simul-Klaxonsdi Be The One e nei Raputre tirati in ballo in Everything is New e Tonight’s Today, poi però, dalla smithsiana Every Glance, la scaletta prende strade ancora diverse e dalle agrodolci liriche del ragazzo l’intento del team che gli sta dietro (il produttore Paul Epworth e in consulenza Norman Cook e il boss della XL Richard Russell) diventa chiaro e invero interessante.
Il continuo cambio di scenografie trasforma il bel Peñate dagli occhi blu in una mascherina dal retrogusto amaro. Non è un caso che la traccia che senti più sua è Let’s All Die, uno allegro scherzetto sulla morte cantato in uno schizzato amore per la vita (Out Of The Womb And Into the Thumb, canta). E pensare che l’album iniziava con le chitarre sulla scogliera à la Charlie Burchill e la voce trovava un padre ideale in quel Jim Kerr che nell’86, qui in Italia, era più famoso di Bono Vox (Pull My Heart Away).
C'è da lavorare in personalità, eppure questa vena da crooner alieno e alienato è già affascinante, a prescindere dall'arma a doppio taglio Paul Epworth e dal mito di Jack del primo disco, l'Housemartin Norman Cook.
(6.5/10)
Scheda: Jack Peñate
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