Pascal Laugier è il nuovo campioncino dell’horror, esponente di quella generazione cresciuta sfogliando Starfix e alimentando i nuovi moti parigini da jeune cinèphile, quelli combattuti per la rivalutazione di cineasti come Fulci, Carpenter e Argento, per intenderci. Dopo Saint Ange (2004), il regista sembra aver raggiunto la maturità con il disturbante quanto disturbato Martyrs (2008), frullato di carne e ketchup al retrogusto di acqua santa. Nel 2008 al Film Festival di Roma si è presentato mostrando come curriculum: un verboso dibattito sulla censura che ha scosso l’esagono, il massimo del divieto come particella nobiliare, la mancata professione di coscienza del produttore Richard Grandpierre che aveva inizialmente rifiutato la sceneggiatura per poi fare mea culpa all’altare del dio denaro (in alcune religioni chiamato libertà d’espressione).
Oggi si ripropone in 62 sale italiane accompagnato dal biglietto da visita che millanta lo status di film più crudo di sempre e il record di ko tecnici da parte degli spettatori d’oltralpe. Le credenziali sono ottime per un film che si ama o si odia. Per alcuni film di denuncia, per altri ennesimo clone del più becero scannatoio impacchettato per irritare e disgustare gratuitamente. Non un semplice torture movie e, nonostante il fascino delle due vergini di Laugier, ben poco che riconduca al torture porn oggi tanto in voga. Qualche pelo adolescenziale e un bacio saffico, ma niente più. Non ci sono gatti che leccano colli mozzati a mo’ di prosciutto crudo come in Hostel. Non si ride. Comunque, diaframma e muscoli contratti assicurati, offre Laugier. Perché il ritmo serrato, l’inizio in medias res ed un montaggio a spigoli vivi non lasciano davvero un attimo di tregua. Immagini sgranate da Le déjeuner sur l'herbe familiare per l’inizio del film, se non fosse per il fatto che Lucie (Mylène Jampanoï) è appena scappata da un inferno post-industriale brevettato Dottor Mengele e come Lola corre, ma non per salvar il proprio ragazzo, ma la pelle. Metafora affascinante visto l’esito del film. Due protagoniste, due storie e due anime. Attrazione degli opposti. La vendetta di Lucie, che trova dopo anni i propri carnefici e decide di farne carne trita, pare costruita sul più tipico trattato di esoterismo che ripiega sullo psicologico: storia splatter di fantasmi (della mente) che guarda all’horror asiatico di Hideo Nakata e Takashi Shimizu, dei loro The Ring e Ju-On. Quindi carnival orfico di mostri antropomorfi e bambine in decomposizione dalle pose disumane. La passione di Anna (Morjana Alaoui), novella Giovanna d’Arco, dramma psicologico – benché a patirne sia direttamente il corpo – con virata misticheggiante finale. Kammerspiel da Grand-Guignol in cui ambienti claustrofobici e claustici diventano la Tiffany di parure di celle, catene e altri gingilli agghiaccianti che divertirebbero tanto Eli Roth e amiconi. Dopo Saw, ogni volume solido – non me ne voglia Boyle – pare potersi dilatare all’infinito mostrando al proprio interno un alveare di appartamenti, stanze, segrete, celle. Il sogno delle immobiliari di Delhi.
Le cose paradossali a questo punto sono tre: Laugier insiste nel dire che ha fatto il film per studiare l’essenza del Male; il film anche nella sua eccessiva tracotanza mantiene una certa logicità, senza dover ricorrere allo spiegone finale come molti horror contemporanei, vedi Visions (Luigi Cecinelli, 2009); si tratta di un ottimo film di genere. In un’epoca in cui le donne hanno raggiunto le quote rosa anche per categorie sindacali come killer, presidenti, ministri, eroine, vendicatrici, Laugier le iscrive di forza all’albo del martirio. Il regista sa perfettamente rapportarsi con il senso di colpa femminile, il rancore, la vendetta fredda e meditata. Sono tutti arredi notevoli nell’ambiente asettico ritagliato da una fotografia dai colori freddi. Quando il tutto diviene troppo artificioso stempera i toni con una bella spruzzata di sangue, perché diamine si tratta pur sempre di un horror e le emoglobine qui non sono mai superflue. Rilettura europea del male che valica i confini manichei, per approdare ad una lucida follia. Non c’è la vena politica di Frontieres, né la giustificazione a suo modo classista di Hostel per cui un gruppo di ricchi borghesi può comprare la vita degli ultimi boyscout con il tarlo del tacco 12. Nulla a che vedere con il Salò pasoliniano. Il fascino discreto della borghesia qui rasenta la stupidità del suicidio lemming: una setta – tengono a precisare laica - di vecchi facoltosi martirizza giovani fanciulle per sapere cosa c’è dopo la morte. Un tempo per esorcizzare la morte bastava un lifting, nei casi più drastici un patto col diavolo di turno. Poco importa se questo può portar via diciassette anni e che per alcuni di loro l’esperienza nel frattempo sia diretta e non mediata. Ossessione per gli occhi, thanatografia escatologica sulla scia del Girolamo Fumagalli di Imago Mortis (Stefano Bressoni, 2008) con dubbio finale. Anche perché stavolta la malcapitata di turno è sopravvissuta e a mollo in una vasca di formaldeide. Ma l’ultima cosa da fare in un film horror con pretese trascendentali è porsi domande e farsi irretire nella facile trappola della spiegazione multipla. Finale un po’ compiaciuto nella sua catarsi escatologica che rasenta follia ed imbarazzante demenza, ma del resto dopo il fallimentare quanto millantato avvento millenaristico ci si riprova con l’Era dell’Acquario. Le sette sono il piatto forte e Borderland (Zev Berman, 2007) è la portata (fredda, visto l’anno d’uscita) successiva.