La spinta propulsiva dei Wilco segna il passo. Non è più tempo di sperimentazione, di ricerca. E' tempo di raccolta, di harvest, di storie narrate sotto al front porch cogli occhi pieni di cielo. Il cielo dolce e meraviglioso di casa coi margini perturbati da truppe di nubi minacciose. Che forse sono solo un temporale. Forse. Stavolta O'Rourke non c'è ma la sua impronta è ormai metabolizzata, è una vibrazione sotto la pelle, uno spasmo in agguato. E’ la possibilità/capacità di rivangare reminiscenze soniche disparate e applicarle ad un tessuto stranamente coeso, stranamente placido. La cui trama è pur sempre, mai come oggi, folk rock. Un folk rock inevitabile: i Wilco sembrano infatti procedere come se ciò che si lasciano alle spalle iniziasse a pesare più del futuro. Lasciando loro in dote un presente fatto perlopiù di apprensione, appena confortato da una brezza di speranza. Così, questo Sky Blue Sky somiglia un po' ad una preghiera, al tentativo di tenersi in piedi, alla sensazione cordiale del ritorno a casa.
Un disco che smussa gli spigoli, elegge a numi tutelari The Band più che Dylan (l'iniziale Either Way), George Harrison prima che Lennon (Leave Me Like You Found Me), corroborando la malinconia Big Star con sbrigliatezze soul di stampo Steely Dan (Impossible Germany) e la crepuscolarità folk younghiana con certe palpitazioni jazzy M. Ward (la stupenda title track). Eppure, nella generale sensazione di inquietudine pacificata, accadono cambi di scena sconcertanti, apparizioni improvvise come rigurgiti incontenibili dal di dentro, tipo il glam repentino nel chorus di I Hate It There, gli spasmi vaudeville che incendiano lo stomp sghembo di Shake It Off, quella Walken che fa boogie acidulo come potrebbe un Ry Cooder illuminato sulle strisce di Abbey Road, oppure l'excursus wave-prog da qualche parte tra Supertramp e Television di You Are My Face. Una quiete apparente, insomma.
Chi è rimasto folgorato dalle evoluzioni di Yankee Hotel Foxtrot e A Ghost Is Born, sappia che qui tutto si svolge ad un livello più profondo, perciò sembra meno visibile. E perciò la scrittura torna in primo piano. Una signora scrittura. Che ha il coraggio di spendere assolo incredibilmente opportuni, archi voltaici tra seventies e post-post-rock. Come quello in Please Be Patient With Me, caldo come un amico che porta da bere. Non meno che emblematico il doppio finale: prima una What Light che chiede indicazioni a papà Dylan, ma sono indubbiamente i Wilco a guidare il pick up sulla strada polverosa d'un folk sbrigliato. Poi l'angoscia strisciante di On And On And On, trama drammatica di piano e chitarra, l'organo che sbava irrequieto, una sterzata teatrale col drumming impetuoso, l'assolo affilato e gli archi che chiudono il cerchio.
Una band cui voler bene, senza riserve.
(7.2/10)
Scheda: Wilco
Pubblicazione: 01 Maggio 2007
File under: folk rock
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