Recensione
Dark Orgasm Julian Cope
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rock, psych Voti redazione e staff

Julian Cope

Dark Orgasm

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Undici mesi dopo il doppio Citizen Cain’desce il doppio Dark Orgasm, formato in questo caso tecnicamente ancor più immotivato a fronte dei suoi tre quarti d’ora di durata, ma utile a mostrare la nuova uscita come l’auto-scimmiottamento della precedente. Perché se Citizen Cain’d era un album strutturato e a suo modo meditato, con alcuni fra i migliori momenti della carriera di Mr Cope (vedi World War Pigs), Dark Orgasm invece si presenta come il suo gemello idiota e lurido, quasi un prodotto autogeneratosi in quella brodaglia di elementi costituenti il cervello di Cope e la sua carriera più recente - antitesi rock alle sue lancinanti salmodie sciamaniche - rappresentata dall’hard-glam demenziale dei Brain Donor e lo stoner-kraut dei L.A.M.F. (la iniziale, peraltro suggestiva, Zoroaster sembra un’ulteriore farneticazione sul tema del lugubre tormentone Like A Motherfucker). Ma meglio ancora Dark Orgasm figura come un mostro figliato dal casuale rimescolarsi della membra decomposte del corpo rock, e così assistiamo all’emulazione sfatta e stracotta di Iggy & The Stooges ( She's Got A Ring On Her Finger che prende le mosse direttamente da Fun House) che a sua volta era l’emulazione sfatta e stracotta di Jim Morrison (e Cope lo dimostra proprio con I Don't Wanna Grow Back che sembra uscire da L.A. Woman con movenze iguaniche).

Sia ben chiaro, non siamo di fronte alla laboratoriale demenza dei Darkness che clonano i Queen e gli Uriah Heep, siamo piuttosto davanti a qualcosa di simile al maestoso e fallimentare provarci dei Queen alle prime armi quando ridicolizzavano inconsapevolmente Yes e Led Zeppelin (vedi l’autentico e sincero kitsch dei synth – qualcuno si ricorda del synclavier? – in I Found A New Way To Love Her). Genuinità e spontaneità. Un disco realizzato con lo stesso impegno che il nostro Saint Julian deve metterci per andare al cesso o per ruttare, ma anche con la stessa primordiale innocenza animale: i testi e le liner-notes – una roulette russa di insulti al Papa, Bush, califfi e vicini di casa – sintesi fra la scrittura automatica di Kerouac e la segreteria telefonica di radio Radicale, lo rimarcano anche a livello contenutistico.

Insomma pura merda d’artista, anzi, di druido. Sublime.

Per gli aficionados di Cope - che peraltro per recuperare quest’opera dovranno darsi ad internet - un disco da 7, per tutti gli altri un 4 “aiutato” quel tanto per arrivare con la media ad un (5.5./10) tollerabile per entrambe le categorie.

(5.5/10)

Scheda: Julian Cope

Pubblicazione: 19 Novembre 2005

File under: rock, psych

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Lorenzo Filipaz (Album 2005)

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