Il tanto sbandierato ritorno a casa dei Sonici, di nuovo sotto le ali di una indie dopo tempo immemore, non è poi una notizia così clamorosa: a onor del vero, in quasi due decenni di Geffen non avevano rinunciato neppure a un mignolino della propria essenza, mantenendo salda quell’esclusiva visione pop - si è sempre trattato di canzoni, dopo tutto - con tutte le derive di volta in volta concessesi (del resto, per le amabili astrusità c’è sempre stata la serie SYR e l’infinita ragnatela di collaborazioni). Ora, la maturità dei protagonisti è abbondantemente assodata: chi per passione, voglia o pervicacia ne avesse seguito le mosse recenti (soprattutto il precedente Rather Ripped e il Moore solista di Trees Outside The Academy, 2007) avrà avuto modo di prenderne atto; nel caso di The Eternal quindi, come del resto dei lavori che lo hanno preceduto, interessi allora annotare eventuali divagazioni – o perché no, variazioni - sulla ben cognita mappa.
Per cominciare, non si possono non registrare pesanti tracce di Goo e Dirty (ironia! i loro esordi su major), una recuperata freschezza bubblegum che esplode nei due-minuti-due dell’iniziale Sacred Trixter e spande i suoi aromi sul resto del programma (Leaky Lifeboat e i suoi la-la-la, Poison Arrow e i suoi sentori quasi Sugar Kane), alimentando sulle prime più che debiti sospetti di nostalgia degli irripetibili (?) ’90. In apparente controtendenza con la succitata maturità, i quattro appaiono in effetti svecchiati e più agili che mai, snocciolando una dietro l’altra canzoni veloci e dirette come una serie di 45 giri; sorprende poi vederli alle prese con armonie vocali (una rarità del loro repertorio), e in un paio d’occasioni – What We Know, Calming The Snake - lasciar guidare il groove al basso di Mark Ibold, recentemente promosso da ex-Pavement a sonico ausiliario.
Insomma, ce ne sarebbe abbastanza per osannarne la resurrezione o, in alternativa, storcere il naso di fronte all’ennesimo disco-riciclo; questo se siete in cerca di facili conferme ai vostri – anche legittimi, per carità - (pre)giudizi. Se invece vi va di grattare la superficie, prestate bene orecchio ad Antenna (Thurston Moore in versione poeta metropolitano à la Tom Verlaine, in una ballata rock dai toni quasi Creedence) o Massage The History (dieci minuti semiacustici e onirici con una Gordon da manuale, che riesuma perfino il verso “all the money’s gone” direttamente da I Dreamed I Dream): è lì che sono i Sonic Youth del 2009, e probabilmente continueranno a restarci – fino al prossimo disco, ovviamente.
(7.0/10)
Scheda: Sonic Youth
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