Recensione
In The Future Black Mountain
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neo prog-hardelic Voti redazione e staff

Black Mountain

In The Future

Jagjaguwar

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Non per millantare capacità divinatorie di cui non siamo in possesso, ma la puzza di bruciato già si sentiva osservando l’artwork pseudo fantascientifico di In The Future. A volte si può effettivamente giudicare un libro dalla copertina ed ecco. Lo attendevamo al varco, Stephen McBean, dopo le buone e pure ottime cose regalateci nell’ultimo lustro; c’era attesa per il secondo Black Mountain, nel frattempo divenuti nome chiacchierato e forse pronto a spiccare il fatidico “salto”.

Probabile che ciò accada, perché in quest’ora scarsa di panorami un’ennesima volta cangianti, si ascoltano abbondanti dosi di “musica per le masse”, attente alla confezione più che al contenuto, impressionabili dallo sfoggio di pretese che maschera la (speriamo temporanea) mancanza di idee. Ottimo per quelli che, nel nostro paese moltissimi, confondono la psichedelia col progressive e i viaggi mentali con le seghe.

E’ un autentico incubo anni Settanta, questo disco dal titolo di conseguenza bugiardo e ingannatore: stracolmo ed eccessivo con i suoi riffettoni, le tastiere qui imponenti e là sinuose, le voci ieratiche (Amber Webber impazza con un irritante vibrato tranne nella soffusa e discreta Night Walks) e la ritmica implacabile riassunte nei sedici minuti della suite Bright Lights. Ben eseguito e ci mancherebbe, perché il quintetto ha dimostrato adeguata conoscenza dei fondamentali, ma l’attitudine a un odierno amalgama non risiede certo nel rievocare polverosi e rancidi fantasmi di Deep Purple, Yes o dei Pink Floyd più tronfi. Avessero optato per i Pavlov’s Dog, almeno: invece niente. Solo vacuo e indisponente sfoggio di pretese che si risolve nel tirare palle lunghe in tribuna, nell’indossare abiti ridicolmente sgargianti ed enfatici che ci obbligano a ridimensionare il giudizio positivo che avevamo maturato su Mr. McBean.

Siamo amareggiati, anche se probabilmente si tratta di uno scherzo, perché se lo è non fa affatto ridere. Allo stesso tempo, è facile auspicare a questo lavoro il successo, in virtù del bignami hardelico Stormy High, di ballate becere da Cult bolliti come Angels - una Hey Joe malamente dissimulata - o degli accendini accesi sulle FM di Stay Free, a stile e intenzione “prog” che esondano ovunque, a tutti i sabbathismi, cosmicismi e glamismi di seconda mano che lo costellano.

Troppa ambizione, forse dettata dalla volontà di dare alla gente ciò che s’aspetta, ha finito per tarpare le ali a In The Future. Preferiamo, a questo punto, mettere il giudizio nelle mani di una provvidenziale - speriamo pronta - riapparizione dei Pink Mountaintops. Qualsiasi cosa sia accaduta, Stephen, sei vivamente pregato di lasciar perdere, poiché di Mars Volta bastano e abbondano quelli che già ci ritroviamo tra i piedi.

(5.0/10)

Scheda: Black Mountain

Pubblicazione: 12 Gennaio 2008

File under: neo prog-hardelic

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