Feeling good was easy, Lord, when we sang the blues, you know, feeling good was good enough for me, good enough for me and my Bobby McGee… cantava Janis Joplin qualche decennio fa per ricordare il potere incredibile che il ritmo del blues ha sulla mente e sul corpo umano. Una musica che nasce come reazione viscerale ai soprusi e alle fatiche, come ritmo della vita libera contro il duro lavoro: musica che riscatta dalla realtà del quotidiano e spinge altrove. In fondo Cadillac Records vuole soprattutto raccontare quest’idea di redenzione che le radici afroamericane si portano dentro dai secoli in cui la barriera del colore sembrava insormontabile. Un’intenzione nobile ma che non riesce del tutto.
Il fatto è che, diversamente da ciò che accade con la musica in questione, il film non avvince, non conquista. Il blues, come si sa, è musica che sale su dal basso. You can sqeeze my lemon till juice run down my leg… cantava Robert Johnson nel 1937. Negli anni 40 Anaïs Nin nauseata dalla smortissima vita letteraria americana saliva nottetempo verso Harlem insieme ai suoi amici haitiani a sentire la musica nera, i ritmi indiavolati e le danze selvagge che si facevano negli scantinati. Nel film la scena del primo grande concerto di Muddy Waters con il pezzo I’m your Hoochie Coochie Man ci dà l’idea di quello di cui Anaïs parlava: riprese ristrette di corpi sudati, luci soffuse e sfondo rosso. Darnell Martin sceglie spesso di stare addosso ai personaggi come se volesse trovare la giusta immagine per il calore emanato dalla musica: inquadrarli in primo o primissimo piano, indagarli, far parlare i volti. Fortunatamente può contare su volti (e voci) davvero fenomenali. Pendant di questo calore è il rapporto d’amore che lega i musicisti alle loro donne, tutte devote, passionali, votate completamente al loro uomo. Geneva, la futura moglie di Muddy Waters, gli offre la possibilità di smorzare il casino della città infilando il jack della sua chitarra nell’amplificatore. Sittin’ here thinkin’ of your kiss and your warm embrace…I’d rather be blind then to see you walk away from me… canta Etta James di fronte a Leonard Chess che se ne sta andando. I maschi, in sostanza, lottano per affermarsi, le donne, invece, per amare.
Come molte altre cose anche il senso del ritmo, il soul, è una cosa con cui si nasce: o ce l’hai oppure no. E infatti, è proprio questa sua caratteristica fatale (nel senso dell’ineluttabilità del destino) che contribuisce ad alimentare quelle leggende di cui si accenna nel film: Muddy Waters che ruba il chitarrista ad Howlin’ Wolf, Little Walter che spara ad un tizio colpevole di portare il suo nome, la taccagneria di Chuck Berry e la sua bravata con la ragazzina, la dipendenza dalla droga di Etta James, la dipendenza di tutti dalle donne, Leonard Chess colpito da un infarto subito dopo aver lasciato la sua casa discografica… Il film accenna, come in un patchwork, a tutti questi episodi ma lo fa freddamente. L’intento di fare un biopic collettivo è interessante ma si rischia di perdere l’affezione per il personaggio. Peraltro la regista è stata anche criticata in America per aver reso in maniera edulcorata e “hollywoodiana” la verità letterale: che dire per esempio del fratello di Leonard, Phil Chess con cui venne lanciata l’omonima casa discografica? Ma, in fondo, questo realismo ad oltranza al cinema non fa un po’ ridere? Non penso che i vizi del film siano questi. Forse il suo più grande difetto è quello di non aver scelto nessuna posizione o attaccamento per ciò che racconta. L’aneddoto non basta a rendere accattivante una storia, l’appeal del blues nemmeno, a meno che non si abbia una piena intenzione documentaristica. (A questo proposito è da vedere assolutamente il ciclo sul blues voluto da Scorsese, The Blues che comprende sette film di Charles Burnett, Clint Eastwood, Mike Figgis, Marc Levin, Richard Pearce, Wim Wenders e lo stesso Scorsese). La coralità, poi, è una cosa difficile da gestire per un regista quasi alle prime armi. Ci servirebbe un Altman o uno Scorsese appunto.
Per un ipotetico confronto il film che salta alla mente per primo, oltre a Ray, vero e proprio biopic, è Dreamgirls del 2006 che condivide con questo la stessa attrice. A questo punto, però, saremmo costretti ad intavolare un discorso diverso. Come mai, è stato detto (Aldo Fittante, ‘Film tv’, anno 17, n. 22), Cadillac Records è un film non personale (è vero) e soprattutto fatto al risparmio (altrettanto vero)? Dreamgirls criticava con gran dispendio di energie, talenti e denaro il cinismo dello star system. In fondo, in quel film le questioni razziali, seppur legate a black artists, non erano il centro del discorso. Qui, invece, il centro sembra essere proprio quello. Ovviamente con molto meno dispendio di risorse. A renderci un po’ più chiare le cose è la storia stessa della sua regista (e anche sceneggiatrice) Darnell Martin. Dopo aver vinto nel 1994 il premio del “New York Film Critics Circle” per Così mi piace la Martin è stata incasellata come un “Spike Lee al femminile”. A lei, che deve avere un caratterino non proprio facile, la cosa non è piaciuta e ritiene di essere stata ostracizzata da questo meccanismo. È proprio la condanna più controversa del black cinema; il fatto, cioè, di essere incasellato a vita dentro un meccanismo di nicchia (fare film di neri per i neri) che non permette di bucare la barriera del mercato. Eppure proprio Spike Lee con Lola Darling nel 1984 aveva proprio fatto questo… La lotta per i diritti civili di cui si accennava all’inizio è parte integrante di questo percorso di identità, differenze e diaspore (le origini africane) che si complica ulteriormente a causa delle contraddizioni del mercato e della distribuzione.
(Ringrazio Alberto Rancan per le preziose indicazioni sul blues. Feeling good is easy, Lord, when you play the blues)