Con i Placebo ci eravamo lasciati tre anni fa azzardando un destino: esattamente come da copione del perfetto Peter Pan del rock, Molko non avrebbe mai smesso di cantare la stessa canzone. Battle For The Sun è, sin dal titolo e dalle press kit, la conferma dell’assunto: un prodotto teenager fatto da quarantenni forte della solita e imperterrita formula e forma mentis.
Non è bastata la dipartita dello storico batterista Steve Hewitt, sostituito dal ventenne Steve Forrest, e neanche la fine del contratto con Virgin (ora camminano in pienezza di diritti con la loro Dream Brother); il nuovo lavoro è una pallida copia di Meds, con il quale sicuramente sono stato un po’ troppo severo, o forse semplicemente quel disco risulta migliore di converso.
Aspetto interessante è dunque il lato tecnico: non pensate a un suono chissà che pomposo pensando al nuovo produttore Dave Bottrill (già al lavoro con Tool). Buono il lavoro in The Never-Ending Why, tuttavia a sentirsi maggiormente è il mixing di Alan Moulder, in linea con certi richiami My Bloody Valentine (Kevin Shields, Reznor e Corgan in curricula) e dunque dagli espliciti richiami shoegazey.
Non ci salverà dai mitici tormentoni di Molko (“cuore di portacenere”, “Slow motion suicide” oppure la già famosa “voglio un cambio di pelle”, per non parlare di “fratello dei sogni, mio amante mio assassino”) ma aiuta. E se vogliamo novità positive troviamo le tastiere casio utilizzate un po' a prezzemolo (ascoltatevi pure il recente Depeche Mode per le tastierine retrò) e, perché no, l’ottimismo che pervade quasi tutti i testi, aspetto dichiarato dal cantante in più di un’occasione in questi mesi. “Abbiamo fatto un disco che parla di scelte di vita, di scegliere di vivere, di uscire dall’oscurità e andare verso la luce”. E aggiunge: “Sono in un momento positivo per la mia mente, quello che vedo è eccitante”.
Di contro alle belle parole, abbiamo un videoclip anni ’90 super abusato con una debole canzone a fargli il paio, For What It's Worth, e una valanga di luoghi comuni ai quali i fan sono abituati. Con ciò che vale, salverei proprio il brano più gaze del lotto, Bright Lights: brutto il ritornello ma la leggerezza è quella che manca in tre quarti del disco. Infine non dimentichiamo la rima “A heart that hurts it’s a heart that works”, me la segno sul diario delle superiori. E, vi prego, togliete quegli archi.
(5.0/10)
Scheda: Placebo
Pubblicazione: 07 Giugno 2009
File under: Forever young hard glam
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