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Genere

post-jazz

Data di uscita

Marzo 1996

Pubblicazione

10 Giugno 2009

Tortoise

Millions Now Living Will Never Die

Thrill Jockey

Anche se non posso ignorare l'impatto che ha avuto sul pianeta rock la caduta di questo asteroide, l'opera seconda dei Tortoise continua a sembrarmi una questione privata, un fatto tra me e l'incanto inquietante di quarantuno minuti algidi e febbrili, progressivi e secchi, onirici e sferzanti. Rock strumentale applicato alla, scompaginato dalla, aperto ai riflussi della memoria e allo stesso tempo aggrappato con tenacia al presente, al suo mutare senza posa.

Quasi a porre in apertura le fondamenta di ciò che sarà questo disco e oltre, Djed sciorina quasi ventuno minuti di meditazione/escursione che sfilacciano il concetto di suite in sella ad un marchingegno krauto (prima è una marcia tra farragini digitali, poi un incedere serafico e quadrato di basso/batteria su emulsione di synth) con propensione jazzy (quei riccioli di piano elettrico, lo sfarfallio percussivo) senza voglia apparente di raggiungere mete né definire strutture. Sempre negate anzi ad ogni svolta, come uno spegnersi del sistema, fare reset e ripartire, ora adombrando una lenta trasfigurazione dub, ora aprendo a refoli esotici, ora dissolvendosi tra nubi electro-wave.
Il fuoco dell'obiettivo coglie il suono vicinissimo al suo compiersi, quasi ancora al livello di congettura, così che pare di scorgere la vibrazione tra l'attimo in cui non c'è e quello immediatamente dopo. Impalpabile e flagrante insieme, sembra oscillare tra dimensioni diverse che ugualmente lo sostanziano, come in un invito costante alla sinestesia percettiva (sembra un sipario di luce quel vibrafono, tracciano sbuffi di colore freddo quelle corde, c’è odore di polvere incendiata tra quei fraseggi tremolanti di tastiera, quasi puoi sentire la ruvidità di quelle pseudo percussioni sintetiche...).
Il taglio della tela assume l'aspetto di una cesura, un’interruzione del flusso sonoro, salto del pick-up o errore del laser, guasto dell'apparecchio, fall out digitale: dopodiché è un saettare di bolidi nel fumo, distorsione di coordinate, stordimento nella cineseria androide, devoluzione elettronica. Mentre un loop gracchiante gratta il timpano, prima della trasfigurazione soul in chiusura, ottusa e allibente, come svegliarsi ancora uomini e non crederlo.

Il dado è tratto, è ruzzolato ed è andato ad infilarsi nella crepa: le successive cinque tracce danzano sulla corda tesa tra reale e virtuale, tra distacco e stordimento, furia e forma, superficie e profondità. Il valzer blues jazzato di Glass Museum compone un cadavere cinematico in cui le chitarre tornano a pennellare sicure scorci ambientali, immerse in una fregola di vibrafono-batteria, ma ad un certo punto sterza con asprezza sincopata in un incendio percussivo, affonda la lama, e si ritrae soddisfatta, anche se il fiato è spezzato e un velo di sudore ci gela le spalle.

In qualche modo è una danza degli opposti, l’evidenza della loro organicità come un’autopsia dei tempi che corrono. Questo spiega il brivido, il timore, quel senso di agguato dietro l’angolo, l’improvvisa impressione di vulnerabilità.

E’ muovendosi tra queste coordinate che A Survey staglia un fraseggio stopposo di chitarre acustiche su field recording rurale (simulato?) e sordida emulsione di synth, così come il conato math-rock/improv jazz di The Taut And Tame mette in primissimo piano un drumming secchissimo, morsi di corde su impalpabile loop cibernetico e vibrafono effettato. Dear Grandma And Grandpa è invece immersione pura/impura nei tremori electro come un capolinea di tante vaticinazioni new wave, ombra di luce raggelata che s’apre all’aria da soundtrack fumosa di Along The Banks Of Rivers, chitarra morriconiana, drumming sfarfallante, jazzitudine indomita, organo brumoso e tastierina a contrappuntare/rimagliare la malinconia.

Implosioni di frontiera, limite estremo che (perché) nega ogni prospettiva, sguardo gettato sul ribollire di stilemi al crocicchio di mille possibilità. Energia e timore, fuga in avanti e stasi stordente. Minimi termini e massimi sistemi, leggerezza e genio, divertimento e shock indelebile: i tratti somatici di un capolavoro.

(8.0/10)

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Stefano Solventi