Recensione
Aelita Tied & Tickled Trio
Cover image
Elettronica Voti redazione e staff

Tied & Tickled Trio

Aelita

Morr Music

Bookmark and Share Gallery

Se vi stavate domandando cosa fanno - o NON fanno - i Notwist, ecco una plausibile risposta: fanno i T&TT. O, almeno, Markus e Micha Acher ne costituiscono quasi metà organico. Si è infatti ridotto a soli cinque elementi il combo tedesco più inafferrabile e sorprendente in circolazione. Non solo. Hanno pure accantonato - okay, non totalmente, e chissà quanto definitivamente - la fregola jazz del precedente Observing Systems (Morr Music / Wide, 2004) per abbracciare un minimalismo electro-pop tanto sinuoso quanto etereo, suggestivo, intimista e disorientante. Una scelta causata dai lusinghieri esiti di un concerto tenuto nell'ottobre scorso al festival di Hausmusik di Monaco, ispirato a visioni e nostalgie retrofuturiste, agli impossibili sogni vintage di antichi fantascienziati del secolo scorso.

Ecco spiegati i barbagli di french touch à la Air e l'aura cinematica morriconiana in You Said Tomorrow Yesterday, col suo loop cartilaginoso, il glockenspiel ed il mellotron. Siamo quindi all'invenzione di un passato mai esistito, ambient mentale assieme nostalgico e distaccato proprio perché fondato su presupposti del tutto teorici, la simulazione di una situazione ideale e (ma) completamente intellettuale. Una goduria algida, che è comunque una goduria. Prendete quella specie di oleografia dub di Tamaghis, pulsazioni sincopate e sbuffi brumosi per trip Massive Attack liofilizzato, oppure quella Other Voices Other Rooms che parte funk robotico/strinito – dalle parti dell'Herbie Hancock anni Ottanta - per poi "normalizzarsi" electro-pop dolceagro tra tiepidi azzardi e morbidezze Mùm.

Anche quando in A Rocket Debris Cloud Drifts certe tremebonde pennellate di mellotron rivangano Eno e i primi Floyd, tutto sembra ricondotto nei ranghi del raziocinio - sia pure irrequieto - quale frutto ultimo del dominio po-mo sulle reminiscenze kraute e psych. Con le tre versioni della title track tornano a farsi vivi i geni jazzy nel dna sonico, tra sordidi stupori e allarmi rappresi, ma è col carillon triste e ipnotico di Chlebnikov che si tocca col dito il midollo di questo lavoro, sofisticata congerie di ipotesi sonore ricondotte all'essenza. Che dire, avrei gradito un po' più di cuore, forse estetica e poetica non sono andate proprio d'amore e d'accordo, ma consideratelo un dettaglio, del tipo che distinguono i lavori ottimi da quelli soltanto (?) buoni.

(7.0/10)

Pubblicazione: 01 Maggio 2007

File under: Elettronica

| Archivio
Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2007)

Rss
copertina pdf #91