Parli di Vega e pensi ai Von Sudenfed, ovvero Mouse On Mars e Mark E. Smith, due elettronici e lo storico frontman dei Fall alle prese con una formula che per prima è stata terreno d’unione di un altro trio, formato dai Pan Sonic e - appunto - Alan Vega. Il link non è casuale, forse nemmeno il momento storico: il nuovo lavoro della metà dei Suicide ronza come una bomba radiocomandata sul medesimo target. Lo scoppio è altrettanto imminente.
Anticipando di un paio di settimane l’uscita del trio, in involontario dialogo a distanza armonico-vocale, il cantante dei Suicide getta il proprio veleno calando nei Novanta (quelli della techno tedesca e dei Rave come dei Reznor) un archetipico canto post-punk nutrito a spettrali teatralità e febbrili espettorazioni verbali. La voce del mito si fa dello sporco indelebile di un mondo in deriva, alla deriva. L’ipervelocità dell’informazione è una cassa dritta, un clangore metallico, vitreo; l’alienazione farmaceutica della Darkcore aggiorna il vecchio cancro industriale. Tanti i contatti tra le degenerazioni analogiche e – ora - digitali, le meccaniche e le chimiche dell’alienazione; da entrambi i capi dell’Atlantico si celebra l’importanza di una lezione storica e non solo, l’attualità di un approccio che si sposa egregiamente ai contesti della rivoluzione giovanile dei Novanta (quella che Reynolds ha chiamato la generation E); in più sotto a tutto questo, la detonazione più esplosiva, la celebrazione di una fine, lo scazzo Novanta, la caparbia devoluzione politica di quegli anni, la ricerca di una catarsi post con tutte le commistioni del caso. È ora di ribellarsi.
I Von Sudenfed la butteranno sul trash aggrappandosi all’anarco-derisione di punkiana memoria, posa insidiosa certamente, ma non sufficiente per un Vega salito sul ring politico. L’uomo lo afferma nelle interviste. Lo spara in un disco incompromissorio, duro e essenziale, dove manco il tocco rockabilly di Rev è tollerato. Cinque anni per la realizzazione e ora la soddisfazione: Station è incazzato proprio come lo era il primo lavoro dei Suicide che vomitava disprezzo per l’America post-Kennedy. Allora il sogno s’era appena infranto, ora la piega del reale è meno spaventosa soltanto per chi non la vuol vedere. Per chi vive dentro Matrix.
Non è più tempo di fare il coglione con l’asta del microfono - non lo è almeno da American Supreme -, in queste undici coltellate allo stomaco l’essenza della rabbia equivale ad un’essenza di verbo, ripetitiva (e senza eco). Con i fidi Perkin Barnes e Liz Lamere, il newyorchese tinge un incubo ermetico nel quale la strofa si fa contrappunto di basi cyberpunk (Crime Street Cree) come d’incalzi EBM (i Clock DVA in Station Station), morbosità techno-IDM (Psychopatha e quel fantastico ringhio!), hip-hop Weimar espressionista (Traceman con campionamento pseudo Madonna!) o assalti Prodigy tout court (Devastated).
Niente bandanato baraccone da queste parti, niente schiamazzi, piuttosto talkin’ secco e statement feroci colati a freddo. Accade tutto ciò ed è impressionante sia per la qualità degli attacchi sonici sia per la forza politica espressa, soprattutto per quella. Mark Stewart si genufletterà al suo altare. Questa volta più che mai.
(7.5/10)
Scheda: Alan Vega
Pubblicazione: 01 Aprile 2007
File under: Elettro Rock
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