Mike Skinner alla prova del nove. Terzo disco per lui: conferma o smentita? Annunciato come l’album diario degli ultimi due anni di stardom, The Hardest Way To Make An Easy Living è la risposta del rapper alle ansie e alle difficoltà di una vita da celebrità. E non è difficile immaginare per un geezer come siano andate le cose: alcol, crack, cocaina, Ferrari, party, brandy, insomma, le solite vicissitudini di migliaia di ricchi avvicendati nel biz dell’intrattenimento, che ora sono diventate anche roba sua, l’everyday life…suo malgrado.
Non bazzicando più il quartiere e la playstation dell’Original Pirate Material, Skinner racconta che la difficoltà maggiore ora sta nel condurre una vita normale e al solito niente è più congeniale della rima per dirlo, con il tipico accento, of course, in prima persona.
Problemi di dipendenza da alcolici e gioco d’azzardo, attacchi di panico e storie di sesso, le starlet che fumano crack e il babbo che non c’è più, le nuove storie sono fatte di questo, raccontate grazie a una formula rinnovata che prende le mosse dal precedente A Grand Don’t Come For Free, ma ne radicalizza l’approccio e ne affina la produzione.
La novità è che spunta uno smalto da r’n’b americano (da classifica) nei cori, ma è continuamente ficcato fuori dal finestrino, affogato in basi sincopate e sample serrati, costretto a controbilanciare e spesso a assecondare trame funamboliche fatte di rime a rotta di collo, spedite consonanze e dissonanze linguistiche dall’appeal rude e perennemente irritato. Tutto questo succede soprattutto in War Of The Sexes, When You Wasn’t Famous, Hotel Expressionism, il ring in cui si gioca la forza e la frizione del lavoro.
Forse il rispolvero degli esordi fa sentire la sua mancanza in Prangin Out (grande impasto funk-soul-gospel un po’ come la versione rap del miglior Moby), anche se non mancano certo le classiche uscite dagli schemi hip-hop, come accade nella consueta soft side rockeggiante di Two Nations (riff languido di chitarra e batteria finalmente in rilascio). Un paio di ballatone stradaiole come All Goes Out The Window e soprattutto Never Went To Church per coro gospel e rantolo di Skinner su una base al piano in stile Let It Be (dedicata al padre), chiudono un album difficile, complicato sia da seguire linguisticamente sia da gestire negli arrangiamenti.
Si apprezza la tenacia di Skinner, la testardaggine dell’uomo più paranoico d’Albione, eppure, in tanta foga forse è il timor di far cilecca quello che emerge, ma del resto The Hardest Way… è un necessario passo in avanti rispetto al debole (seppur di successo) A Grand Don’t Come For Free, dunque un buon compromesso in attesa del lavoro “definitivo”.
(6.3/10)
Scheda: The Streets
Pubblicazione: 01 Aprile 2006
File under: White Hip hop
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