Prima c’era quella furia incontrollabile. L’assalto che fa terra bruciata tutt’intorno. Le chitarre che fanno gridare di dolore le casse dello stereo. Un cantante che riprende, riaggiorna, fa propria la lezione di vita e stile del rock americano – versante Washington, interno Dischord, citofonare Fugazi. Hardcore, dunque. E do-it-yourself. Che non è uno slogan buono per un popolo che sta dimenticando l’uso dell’italiano senza peraltro saper parlare l’inglese. DIY è una scuola. Che t’insegna due cose fondamentali. La prima: fanculo, la mia musica la produco da solo, voi continuate pure a masturbare i vostri conti in banca con tutta la merda che propinate via etere, la cosa non mi riguarda. La seconda: dito medio perdurante ed orgoglioso a coloro che costruiscono ghetti – morali, religiosi, artistici – in nome dell’ortodossia – morale, religiosa, artistica. Ed è questo secondo punto su cui è il caso di focalizzare l’attenzione. Perché descrive alla perfezione ciò che hanno fatto i Settlefish. Un piccolo caso tra emo, hardcore e indie – The Plural Of The Choir, il secondo disco, uscito un paio di anni fa – che ha infiammato le speranze di chi continua a credere in una musica italiana dalle spalle più larghe di quello che la gente immagina. Poi il silenzio. Poi ancora, la svolta. The Quiet Choir EP, pubblicato pochi mesi fa, che rileggeva in acustico alcuni brani storici dei Settlefish. Questo. Prima.
Ora, Oh, Dear!. Che, accidenti!, è una randellata notevole e inattesa. Perché ti coglie impreparato. Pensavi di conoscerli. Credevi tra malafede e perfidia che, in fondo, si sarebbero limitati a fare ciò che riuscisse loro meglio. Pestare sugli strumenti, stirare le corde vocali finché non bruciano per lo sforzo. E invece – tac! – ti fregano col sorriso sulle labbra e il punto esclamativo in bella vista, segno tangibile dell’animo più leggero. Come se la band bolognese si fosse liberata dalle zavorre di un ruolo – i paladini dell’emocore – che ora, a giochi fatti, sembra che le stesse molto stretto. Perché questo è un album pop, in grado di riscrivere la storia dei Settlefish senza rinnegarne il passato.
Summer Drops, ad esempio. Ammicca in direzione di un electro pop irrobustito però da riff rock e melodie indie. Ed è una canzone bella come un pomeriggio d’estate passato al mare: sabbia tra le mani, vento fra i capelli e il sorriso degli amici di sempre. Interlude 4 vibra invece malinconia, sostenuta solo da chitarra e voce (quella di Jonathan Clancy, una sorpresa di eclettismo e vigore). Slowly Moved On è una filastrocca che si srotola sorniona su una base in bilico tra psichedelia e, ancora, pop. Poi, certo, ci sono le sfuriate. This City parte a mille chilometri l’ora e non si ferma più. In The Neighborhood spacca strumenti e schemi, candidandosi ad essere l’inno ufficiale ai prossimi concerti. Ma il discorso complessivo espresso da Oh, Dear! è molto più articolato. I Settlefish allora sbancano e si preparano per il botto. Quello vero.
(7.2/10)
Scheda: Settlefish
Pubblicazione: 01 Ottobre 2007
File under: Indie pop
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