Quando nel 1971 fu pubblicato Aqualung, molti, sia tra i critici che tra i fan, lo interpretarono come un concept album, nonostante Ian Anderson ed il resto della band si affannassero a dichiarare il contrario. L’inizio degli anni ’70 è, del resto, un periodo cardine per l’evoluzione del rock, durante il quale questa nuova forma di organizzazione del disco comincia a manifestarsi chiaramente nelle intenzioni degli autori. Ed è forse proprio questo il motivo principale che ha spinto il pubblico a considerare tale un album come Aqualung, contro lo stesso parere del suo autore principale.
A sfatare ogni dubbio ci pensa la band stessa l’anno successivo: quando viene pubblicato Thick As A Brick, il cammino dei Jethro Tull appare segnato nella direzione di una complessità strutturale precedentemente solo accennata. Che Anderson abbia seguito le indicazioni del pubblico? Di fatto, il quinto album della band britannica, può essere considerato il primo veramente legato alla scena progressive e un concept album a tutti gli effetti. Questo questo grazie a elementi inequivocabili che testimoniano l’adesione ad un genere (il rock progressivo) che, dopo un fase di gestazione durata qualche anno, si avviava verso la sua codificazione. La forma di suite, il cui utilizzo rappresentava una soluzione abbastanza radicale al superamento della forma canzone, diviene qui uno dei caratteri più evidenti della scelta stilistica dei Jethro Tull.
Ma ad andare oltre la semplice raccolta di brani non è solo la forma, ma anche il contenuto. Basato su una sorta di falso letterario, Thick As A Brick è presentato, a partire dalle note di copertina (nella versione originale concepita come un fantomatico quotidiano, il St. Cleve Chronicle), come un poema scritto da un bambino prodigio, un certo Gerald Bostock, premiato per il suo talento alla tenera età di otto anni. Oltre alle notizie su Bostock, all’interno del Chronicle è annunciata l’intenzione, da parte dei Jethro Tull, di riprendere il poema dell’enfant prodige per musicarlo. Come si può notare, già prima dell’ascolto, la costruzione concettuale dell’album è bella e pronta ad orientare l’ascoltatore verso un approccio unitario al disco, invitando implicitamente a far scorrere la puntina del giradischi senza mai interrompere il “poema”, pena l’impossibilità di coglierne la coerenza interna.
Dal punto di vista dei testi, il sarcasmo crudo e dissacrante di Anderson, già sperimentato in brani irriverenti e “scandalosi” come My God, trova spazio necessario a costruire una denuncia anti-borghese attraverso la narrazione di una storia, in parte autobiografica, in parte riferita allo pseudo-autore, che diventa metafora della vita umana nel mondo contemporaneo. Sul versante, invece, strettamente musicale, il sound dei Jethro Tull non si discosta molto dalla matrice folk-rock-blues caratterisica della band sin dagli esordi, anche se con delle differenze sostanziali, rispetto ai lavori precedenti. Prima fra tutte l’uso massiccio dei metri additivi (meglio conosciuti come “tempi dispari”), molto diffusi, all’epoca, in ambito progressive (per fare qualche nome: King Crimson, Genesis, Yes, Gentle Giant).
I cambiamenti musicali seguono le strofe del testo marcandone le differenze, spesso introducendo nuovi temi-guida, usati in alcuni casi, per richiamare situazioni, soluzioni poetiche e/o narrative, precedentemente accennate, come nel caso del celebre arpeggio inziale, che apre e chiude la suite. Una sorta di continuità, dunque, e di corrispondenza tra il testo e la musica, che conferma, ben al di là delle premesse (cover, falso letterario, forma di suite), l’intenzione di dare vita, intenzionalmente, ad un lavoro che rispondesse alle nuove esigenze espressive del rock, ormai abbastanza maturo per provare a superarsi.
(8.0/10)
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