Non sempre capisco da dove arriva la dicitura anti-folk per Jeffrey Lewis. ‘Em Are I è un disco di rock, un po’ folk, un po’ psichedelico, soprattutto cantautoriale. Jeffrey Lewis è un cantastorie, niente di più, e la musica è un supporto come gli altri; le sue storie assumono qui delle note musicali come piano di espressione, come altrove possono assumere i suoi fumetti, o entrambe le cose allo stesso tempo, come ben sa chi l’ha visto dal vivo. Queste piccole narrazioni sono ormai condotte grazie una cosa di cui non ci si accorge subito ascoltando Jeffrey, ovvero il fatto di essere così navigato, così pieno di mestiere nel fare queste cose; ormai Jeffrey Lewis è un cantautore navigato, questo lo possiamo dire. Il numero di dischi e il numero di anni di attività ci danno ragione.
‘Em Are I è molto meno pervaso di quel “caordine” (caos nell’ordine pop) rispetto all’altro disco Rough Trade, City & Eatern Songs, che era decisamente più eccentrico, forse lì sì anti-folk - ma ricordiamoci che c’era la mano di Kramer alla produzione. Epperò cresce con gli ascolti e piano piano uno capisce che quelle che sembrano canzoni molto semplici, molto poco complesse, molto “piane”, in realtà contengono piccole sofisticazioni, una costruzione molto particolareggiata, proprio in virtù dell’esperienza di Jeffrey. La complessità si manifesta esplicitamente forse solo in The Upside-down Cross, una mini-galoppata che ricorda Yo La Tengo che si basa sul basso di Jack, il fratello di Jeffrey, e si sviluppa poi in una melodia accorata e in un passaggio abbastanza teso. Per il resto queste sono canzoni semplicemente efficaci; e il fatto che la perizia tende a sfuggire fa proprio parte della loro efficacia. C’è insomma un’estetica che si oppone in qualche modo al disco sopraccitato; ma in definitiva va detto che probabilmente è quella di ‘Em Are I la “vera” estetica di Jeffrey Lewis, che sembra sempre cantare come se giocasse con uno stornello su cui trarre piccole variazioni e costruire canzoni standard; sembra sempre non affaticarsi per la costruzione della canzone, non pensare troppo all’arrangiamento ma seguire il modo in cui funziona la “normalità”; invece non è proprio così e insomma questo fa parte del suo personaggio.
Una accuratezza dietro a un’apparenza di approssimazione che crediamo sia risultata interessante anche agli occhi della Rough Trade. Come il fatto che questo è un disco che cresce grazie a un elemento che Lewis sa bene sfruttare, ovvero la dimensione “affettiva” degli ascolti; il fatto che uno si possa affezionare a queste piccole storie e a questi piccoli ritornelli. Ascortarli subito e spesso e ricordarli dopo del tempo. Jeffrey non parla ai critici, parla ai lettori. Che usano occhi orecchie e ascoltano la sua fresca fantasia.
(6.9/10)
Scheda: Jeffrey Lewis
Pubblicazione: 10 Giugno 2009
File under: cantautoriale rock
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