Splendido packaging seppiato con foto d’epoca per i Jewels for a Caribou. All’interno un francobollo di Hong Kong e si entra subito nel mood. Voce scura e alcolica, banjo pizzicato, spazzole sulle pelli, organetto. E’ ancora Tom Waits, sono ancora Appalachi, il suono della sega come fantasma o sirena ci fa accomodare dietro la Processione del Cuore Nero. Sono lente ballate di ottima fattura (è sempre e solo questo, affatto scontato, dettaglio a fare la differenza, soprattutto per materiali di questo genere), morbide e calde di rassegnazione. Non deve essere facile vivere a Savignano sul Rubicone quando nel cuore si hanno pub malfamati, mosche da bar, l’epica quotidiana di Bukowski e Jarmusch. Non si può restare giovani per sempre e a che scopo poi? In questo Grandmothertutto è al posto giusto, i suoni sono ben registrati, i riferimenti sono chiari e ben digeriti, fatti propri, incarnati. Sono il primo ad obbiettare sulla necessità o meno di continuare lungo questo cammino, ma mi rendo conto che per musicisti (e persone) come queste, della modernità, dei suoi tempi, delle sue fisse e mode, non importa nulla (e ne sono in un qualche modo confortato). Sono anche convinto che per dischi come questo ci sia (e ci sarà sempre) ancora spazio ed un discreto numero di cuori disponibili.
(6.6/10)
Scheda: Jewels for a Caribou
Pubblicazione: 01 Marzo 2007
File under: folk blues
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