Recensione
Wincing The Night Away The Shins
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Pop Voti redazione e staff

The Shins

Wincing The Night Away

Sub Pop

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Un lavoro dalla scrittura limpida e dagli arrangiamenti rotondi. Sezioni ritmiche compatte e voce in primo piano. Un suono potente ma levigato. Un’attitudine scanzonata unita a momenti agrodolci e meditativi. Comporre un album pop a tutto tondo, con ogni tassello al giusto posto, è sempre stata l’ambizione di James Mercer. Per questo aveva scelto Phil Ek nel precedente Chutes To Narrow e per lo stesso motivo ora punta anche su un nome di peso come Joe Chiccarelli, un pezzo da novanta del desk con un curriculum zeppo di stelle (Beck, Elton John, U2, Rufus Wainwright, Bon Jovi, Bangles, sua eminenza Brian Wilson, Zappa e dozzine di altri) e Grammy. Il personaggio chiave insomma, colui in grado di dare la sferzata giusta a quegli Shins che nel frattempo sono diventati fenomeno di punta di un certo pop-psych che ama giocare di sponda tra la California e l’Inghilterra, un gruppo la cui notorietà è cresciuta tantissimo negli ultimi due anni riempiendo sale e facendo rientrare abbondantemente la Sub Pop degli investimenti fatti.

Registrato nel seminterrato di proprietà del cantante a Portland, Wincing The Night Away - terzo album per l’egida Shins dal 2001 - è lo specchio di queste speranze e desideri. E con un singolo come Phantom Limb tutto sembra tornare perfettamente. L’attacco è splendido, l’equilibrio tra slancio emotivo e nostalgia altrettanto misurati, il contorno di batteria, tastiere e chitarra ineccepibile. Funziona pure la saga della speranza a base di “oh oh” anni ’80 sul finale. Si rischia lo stucchevole, è vero, ma siamo dalle parti del classico e tutto si perdona.

A primo acchito l’album pare l’Ocean Rain (Echo And The Bunnymen) degli Shins, poco slancio in sedicinoni panoramici, ma non è esattamente così. Di fatto, il suddetto brano di punta divide idealmente la tracklist: da una parte l’iniziale Sleeping Lessons dall’attacco onirico in circolarità di tastiere che detona in un pop-punk aereo (roba da far saltare le folle ai concerti), la brillante attitudine psych sotto mestizia Morrissey di Australia e il rombo di chitarra di Pam Berry (omaggio ai Jesus And Mary Chain, secondo Mercer), dall’altra una Sea Legs con la chitarra legata, le sincopi e il canto leggermente salmodiato, poi la tensione che scema nella ballata bucolica Red Rabbits e nelle non eccelse Spilt Needles e Black Wave, salvo poi recuperare mordente in brani dal jangling chitarristico come Turn On Me o nella smithsiana Girl Sailor (in odor degli amati twang sessanta). Un andamento ondivago dunque, che toglie il riflettore dal capolavoro e lo posiziona su un set comunque vivo, generoso e non meno intrigante. Pagato il pegno all’arto fantasma, gli Shins sono entrati in major league con il beneplacito degli indie-kid.

(7.0/10)

Scheda: The Shins

Pubblicazione: 01 Gennaio 2007

File under: Pop

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Edoardo Bridda
Edoardo Bridda (Album 2007)

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