Recensione
Zweite Meer F.S. Blumm
Cover image
Elettronica Voti redazione e staff

F.S. Blumm

Zweite Meer

Morr Music

Esistono album adatti a tutte le stagioni (meteorologiche,fisiologiche o umorali), avendo all’interno un proprio mondo sonoro precostituito, organizzato e ben delineato, al quale si accede facilmente, basta premere il tasto play sul proprio lettore. Al contrario ci sono dischi che invece rappresentano in tutto e per tutto la realtà che ci circonda, o meglio, parte di essa, magari un aspetto in particolare come un sapore, un ricordo o, appunto, una stagione. Bene, Zweite Meer è la quintessenza in ambito musicale della primavera, grazie a dei suoni concepiti e registrati dentro le quattro mura domestiche (o di uno studio di registrazione, poco importa) ma proiettati verso sconfinati e coloratissimi paesaggi agresti. Il polistrumentista Frank Schultge Blumm è nato e cresciuto a Brema, dove ha effettuato studi accademici riguardanti sia la musica (specialmente chitarra classica) che le scienze comportamentali, focalizzando però curiosamente la propria attenzione per i primi esperimenti sonori sui noises per chitarra elettrica (crisi di rigetto?).

Trasferitosi, come tanti altri musicisti prima e dopo di lui, a Berlino nel 1997, incontra Harald ‘Sack’ Ziegler, con il quale da lì a poco darà vita al progetto Sack & Blumm (segnaliamo Shy Noon del 2000 uscito per la Grefiem di Colonia). In veste solista esordisce invece con un 10” intitolato Bettvanille Weiter per i tipi della Tomlab, mentre il primo full-lenght, Mondkuchen del 2001 è firmato Morr Music, conquistandosi il titolo di primo, e finora unico, album completamente acustico all’interno del catalogo della label berlinese. Dopo aver collaborato e aver visto pubblicare i propri lavori da importanti etichette come la Staubgold (l’estatico Ankern del 2002), la Audio Dregs. e la nipponica Plop, F.S.Blumm torna ad incidere per la Morr, e lo fa con un disco fortemente impressionista, ricco di sfumature e dai suoni molto ricercati, ma sempre con un mood di nostalgica piacevolezza di fondo.

Passando in rassegna i dodici brani che compongono il lavoro non si può non notare la varietà degli strumenti utilizzati (xilofono, vibrafono, glockenspiel, organetto, melodica, fino ad arrivare alle tastiere casio e addirittura alla mitica bontempi!), e soprattutto la bontà degli arrangiamenti,assolutamente non appesantiti dall’ampia scelta strumentale disponibile, anzi, sempre molto equilibrati ed eleganti. Il risultato è un disco minimale, sobrio, coeso, ma per fortuna anche emozionante, che richiama alla memoria, a seconda del singolo episodio, artisti come Steve Reich (per i continui giochi percussivi), John Fahey (il dolcemente ipnotico suono della chitarra), il Jim O’Rourke di Happy days e Bad Timing, i Gastr del Sol, inaspettatamente i Radiohead (ascoltatevi Nie e ditemi se non sembra un omaggio strumentale e bucolico a No Surprises), la colonna sonora di The Straight Story composta da Badalamenti, ma in particolare può essere definito come una versione ripulita dai vari corpuscoli elettronici dell’ultimo lavoro dei Mùm, Summer Make Good. Discorso a parte invece merita Nachhall/ Chroma key, ultimo brano presente in scaletta, con la partecipazione vocale di David Grubbs (Bastro, Gastr del Sol): tre minuti scarsi di meraviglioso abbandono estatico che ci riportano in un attimo alle atmosfere che il musicista di Chicago aveva creato nel 1998 con The Thicket. Dunque, dopo un lungo e gelido inverno, la primavera finalmente è alle porte. Non ci resta che spalancarle e lasciarla entrare.

(6.8/10)

Scheda: F.S. Blumm

Pubblicazione: 01 Aprile 2005

File under: Elettronica

| Archivio
Matteo Quinzi
Matteo Quinzi (Album 2005)

copertina pdf #91