Si diceva l’anno scorso, a proposito del bel debutto omonimo di Scott Matthew, che teatralità, pathos e una tensione palpabile lo animavano inconfondibilmente, tanto da farlo accostare alla drammaticità di un Antony Hegarty e all’attitudine e alla voce del primo Bowie più cantautorale, dalle parti di Hunky Dory, per intendersi.
Giunto al secondo disco, il cantautore australiano trapiantato a New York conferma pienamente l’impressione positiva suscitata. Il sophomore album dal titolo così chilometrico (There Is An Ocean That Divides/And With My Longing I Can Charge It/With A Voltage Thats So Violent/ To Cross It Could Mean Death) lascia intravedere perfettamente la sua volontà di esprimersi sui temi dell’amore, della perdita e del desiderio.
La base folk sulla quale si innestava un chamber pop abbastanza minimale del Self Titled ora lascia il posto ad una maggiore ampiezza strumentale e di arrangiamenti, lasciando inalterato il mood che caratterizzava quell’esordio, vale a dire in buona sostanza l’espressività, ciò che ci ha sempre colpito per esempio di Antony, Rufus Wainwright o Elliott Smith, il senso anche della fragilità e vulnerabilità sottese in ognuno di noi ed espresse al massimo dell’intensità.
Musicalmente si oscilla tra ballad minimali, sia pur più arricchite negli arrangiamenti ed un chamber pop composito tra fiati, archi, piano ed ukulele più che chitarra. Se prima si notava un senso di sospensione e come dì incompiutezza nella musica di Matthew, ora tutti gli elementi sono perfettamente bilanciati al loro posto. L’oceano e la lontananza che lo divide dai suoi desideri ed aspirazioni, generando una tensione più che palpabile riesce ad arrivarci con tutta la sua forza.
(7.6/10)
Scheda: Scott Matthew
Pubblicazione: 02 Giugno 2009
File under: songwriting, chamber pop
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