Recensione
Aleph At Hallucinatory Mountain Current 93
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acid folk Voti redazione e staff

Current 93

Aleph At Hallucinatory Mountain

Coptic Cat

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David Tibet è sempre più il vate dell’avant intellighenzia. Ama circondarsi degli artisti più chiacchierati, quelli che sembrano rappresentare l’aria dei tempi, con quel pizzico di snobismo intellettuale che non guasta, ma che anzi ci mette un po’ di sale in più che necessita. David Tibet e la sua corte quindi. Un manipolo di ammirati guerrieri che vengono reclutati per dipingere questo e quello, mentre il maestro di cerimonie declama la sua visione, impartisce la sua lezione e ci spiega ancora una volta com’è il mondo visto dalle tenebre. Aleph At Hallucinatory Mountain è in questo senso una sorta di Black Ships parte seconda. Tibet ha il giusto pregio di sapere dove correggere o cambiare rotta, per non ripetere una formula che potrebbe presto stancare, ma anche per muoversi ininterrottamente avanti. Se Black Ships era un disco nato sotto il segno dell’inquietudine folk, per lo più trascritta in sei corde da Ben Chasny, questa volta l’opera nasce sotto il segno dell’acidità, tradotta in un oceano di distorsione doom che fa l’occhiolino tanto a Stephen O’Malley (Sunn O))), KTL, Aethenor) quanto ad Al Cisneros (Sleep, Om), non a caso spiriti affini, entrambi con collaborazioni di corredo. 

Prima di ricevere un’inequivocabile avvertimento all’inizio del promo cd, anche se sentenziato da una placida voce di bambina: “This is a promotional cd. Anyone copying, uploading or downloading this material is condamned to eternal hellfire. Happy listening. God is love”, l’introduzione è tanto caricaturale quanto impregnata di senso del mitico: “Almost in the beginning it was a murder”. Si tratta appunto di un’invocazione, Invocation Of Almost, che introduce al lavoro sciorinando tutto un rosario di disperazione e distorsione in un modo al quanto inedito da queste parti. I segnali premonitori c’erano stati, soprattutto con il precedente ep, Birth Canal Blues, ma ora ne prendiamo pienamente coscienza e salutiamo quindi l’evidenza di un disco dei Current 93 che suona pressoché rock, anche se un rock molto stoned and dethroned. Il linguaggio folk non è stato del tutto abbandonato per la nuova via. A prendersi carico delle chitarre acustiche ci sono le mani di Keith Wood (Hush Arbor) e James Blackshaw. 

Nascono così mantra folk aciduli e malevoli come Poppyskins e UrShadow, che spezzano ammirevolmente il flusso dei brani distorti, soprattutto quelli più imponenti come On Docetic Mountaine Not Because The Fox Barks. Non a caso i brani più lunghi. Il problema che sorge a questo punto è l’eccessiva monotonia che sopraggiunge quanto il riff si incaglia, senza modifica alcuna, per brani che viaggiano sugli otto minuti di media. Una cosa che nello stoner rock viene usata e abusata da sempre, ma che nei Current 93 non sembra funzionare del tutto. Complice forse, anche il continuo e già monotono di suo, spoken word di Tibet, a cui danno una mano giusto Andria Degens e Sasha Grey (un’ eccellente pornostar, che si sta purtroppo perdendo per una vita da starlette abbottonata di serie A….).  Detto che nella ciurma delle guest star per questo disco si segnalano anche Alex Neilson, Matt Sweeney, Baby Dee, John Contreras, Andrew W.K, Steven Stapleton e quel genio malato di Andrew Liles, salutiamo la psych ballad definitiva per la fine dei nostri tempi, 26 April 2007, e un nuovo album dei Current 93 se n’è andato.

(7.0/10)

Scheda: Current 93

Pubblicazione: 02 Giugno 2009

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