Recensione spot
Stowaway Pattern Is Movement
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Art Rock Voti redazione e staff

Pattern Is Movement

Stowaway

Noreaster Failed Industries

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ll fatto che l’anno scorso l’esordio di questa band americana sia stato praticamente ignorato rende l’idea di quanto vasto e dispersivo sia, allo stato attuale, il panorama della popular music. Per fortuna il quartetto originario di Philadelphia non ha tardato a ripresentarsi con un secondo album, ancora più bello del precedente e che invoca giustizia. 

La novità di Stowaway rispetto a The (Im)possibility Of Longing (Noreaster Failed Industries, 2004) è l’entrata in scena di Alisa Rose (violino) e Rachel Turner Houk (violoncello) accanto al nucleo principale composto da Corey Duncan, Daniel McClain, Christopher Ward e Andrew Thiboldeaux. E la differenza si fa notare immediatamente, con gli archi che spesso seguono la stessa linea melodica della voce, creando un effetto di amplificazione timbrica del cantato che ricorda molto lo stile del Robert Wyatt solista. Le influenze canterburiane nei Pattern Is Movement - volute o involontarie che siano - non possono del resto passare inosservate, ma il riferimento a certo progressive degli anni Settanta non risulta mai diretto, impregnato com’è di post-rock. In un percorso musicale coerente sembrano incontrarsi le anime più innovative di certo rock “colto”, che da più di trent’anni si diverte a decostruire la materia originaria per creare qualcosa che ne oltrepassi i confini: dai Soft Machine ai Sonic Youth, dai Tortoise agli Gastr Del Sol, dagli Slint a Brian Eno

Stowaway è un disco senza sbavature. La musica dei Nostri sembra giocare direttamente con il concetto di pattern preso a prestito dal nome: frasi brevi, reiterate e accostate al fine di creare un movimento delle immagini dall’apparente staticità, come in un montaggio cinematografico di Sergeji Ejzenstein (vedi il ritmo ossessivo di People And Touch o le rapide trasformazioni della batteria cutleriana di Never Liked This Time Of Day, alla ricerca di dialoghi melodici con il violoncello e la chitarra). Una spanna al di sopra di tutti gli altri brani dell’album sono poi She Already Knows It e Silver Queen, che incarnano alla perfezione - accentuandole - le due principali idee costitutive del loro sound: se nella prima viene fuori l’approccio più nineties, con la fantasia a richiamare degli Slint senza distorsioni, ma intrisi di tastiere (ritmi squadrati, un po’ math, addolciti dagli archi), nella seconda invece una batteria convulsa e una chitarra più graffiante, unite al violoncello, ricordano la triade Cutler-Frith-Born, nucleo fondamentale di Henry Cow e Art Bears

Molto interessante ed efficace anche la presenza di tre brevi interludi, che spostano l’attenzione su suoni dal sapore più ethno, come nel caso di una Korà africana (o l’imitazione del suo suono, non ci è dato confermarlo) che si inserisce tra gli altri strumenti a corda per dare vita a un affascinante gioco poliritmico. Peccato non poterli vedere dal vivo in Italia, almeno per ora. Un 8 senza se e senza ma.

(8.0/10)

Pubblicazione: 01 Settembre 2005

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Daniele Follero
Daniele Follero (Album 2005)

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