Le Labbra non tradisce assolutamente
l’ermetismo di Benvegnù, anzi. Ne consolida ancor più i confini
proteggendone la Verità, la Sua Verità. La stessa che venne corteggiata
e raggiunta ben quattro anni fa in Piccoli fragilissimi film – debutto solista dopo l’esperienza Scisma –, accarezzata e baciata in 14-19,
l’ep uscito lo scorso gennaio, e infine innalzata e custodita in questa
sua ultima fatica autoprodotta.
Verità che però mai viene rivelata. Come se renderla pubblica significasse corromperla. Essa è rimasta e rimane privilegio di pochi, se non addirittura esclusiva del suo Amante. A preservarla ci pensano queste undici tracce che, muovendosi con sicurezza tra pop d’autore, incursioni jazz e digressioni art-rock e impreziosite da un ottimo lavoro di orchestrazione sottostante, confermano la maturazione stilistica raggiunta dal Nostro. Infatti, stavolta, non si registrano cadute di tono dal punto di vista musicale. Un pop d’autore che, oltre alla migliore tradizione italiana, riesce ad evocare perfino i Radiohead (come nel finale strumentale di La peste) tanto è ricercata la costruzione armonica delle canzoni. Lo sforzo maggiore, ora, risiede nel comprendere la poetica dell’album.
Presunzione,
autoreferenzialità e pretenziosità: queste sono le maggiori critiche
mosse a Benvegnù da chi si sente escluso a priori dalla sua arte. Ma in Le Labbra questa sensazione di emarginazione
non è che un’illusione iniziale, una resistenza mentale a qualcosa che
di razionale ha veramente ben poco, perché facente parte dell’inconscio
collettivo. Per entrare al suo interno occorre attenzione e
arrendevolezza allo stesso tempo: farsi inebriare dalle parole senza
chiedere, farsi sedurre dalle melodie senza desiderare. Una resa
incondizionata, un’inevitabile deriva, proprio come avviene tra due
amanti. Ecco: l’Amore.
Questo, il tema principale dell’album. Inteso in
ogni sua più disparata accezione. C’è quello fisico di La schiena, quello sofferto e drammatico di Il Nemico (indubbiamente il più riuscito e commovente episodio dell’album), quello malato di La peste, quello ideale di 1784, quello sacro e profano di Amore santo e blasfemo.
Proprio come le labbra per l’appunto: che baciano, sussurrano, urlano,
mordono, sfiorano, pregano, per rimanere, infine, senza parole.
Virtù, quella di concedere emozionalità e profondità alle liriche senza mai scivolare in alcun sanremese/italoide luogo comune, da non sottovalutare in questi tempi di superficialità e apparenza dilaganti. Sicuramente uno dei miglior album italiani del 2008. “Tu non sei da salvare, sei da innalzare, da rimanere senza fiato per non parlare”
(7.2/10)
Scheda: Paolo Benvegnù
Pubblicazione: 30 Marzo 2008
File under: pop d'autore
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