Un sospiro lungo dodici brani. Un afflato melodico che si snoda tra le corde di un violoncello e quelle di una chitarra acustica. Maltrattate con accuratezza. Amate con candido stupore. Aggrovigliate o disciolte in un tepore agre e nei toni caldi della melanconia, questo solo la voce può deciderlo. Una voce che parla inglese, ma sente e vive tutto nella lingua d’origine, l’italiano.
Mai avrei pensato che Ravenna covasse in seno una simile mestizia, così vicina alle terre vulcaniche d’Islanda della Torrini in fase adulta di Fisherman’s Woman (nella foschia dissonante del violoncello di Housemate), e che al tempo guarda con certo distacco quell’America mid Nineties della Chan Marshall più desertica e desolata degli esordi (la languidezza blues di One Night (Demo Version)), senza che scosse elettriche o drumming convulsi scompaginino la quiete di cui è intriso il debutto dei tre Comaneci. Semplici intuizioni tra il folk d’antan e la chamber music che girano attorno ad arrangiamenti tanto minimali quanto efficaci, e un canto che pare trattenere il fiato ad ogni nota, quasi non volesse disturbare, ma in realtà subdolamente carezzevole e ficcante come quello etereo e sofisticato della Stina Nordenstam di Get On With Your Life (la tensione verso l’alto di Nothing II).
A chi rifugge da certo post modernismo le soluzioni ultra scarnificate di Volcano potrebbero provocare qualche sbadiglio, se non affini di animo, ma per quanti invece seguono ancor oggi il celebre detto di Mies van der Rohe, less is more, questo disco apparirà come una fulgida e meravigliosa epifania.
(6.9/10)
Scheda: Comaneci
Abbonati al feed di Valentina Cassano