Attendevo quindi il quarto album Split The Difference senza alcuna frenesia e con un certo pessimismo. Difatti è un disco che non mi solleva di peso dal suolo, tuttavia qualcuno o qualcosa deve aver dato dato la scossa giusta (forse il produttore e tecnico del suono Tchad Blake?), perché sprizza quell'urgenza e quella vitalità che non ci aspettavamo più. Come se i cassetti delle esperienze passate venissero spalancati per scaraventarne fuori tutto il contenuto, blues e folk e swing e psichedelia e ghiribizzi elettronici, per poi folgorali con una tensione psych-rock mai tanto ruvida, limpida e sbrigliata.
La necessità di stupire (riarticolando, manipolando, padroneggiando la materia) c'è ancora, basti sentire il cazzeggio stereofonico di We Don’t Know Where We’re Going (scabro divertissement acid blues saturo di fuzz) e dell'iniziale Do One (wah wah e fischi sintetici per valzerone ebbro). Però la priorità sembra oggi passare attraverso la ricerca dell'intensità sia strutturale che timbrica, come se consumata la propulsione iniziale gli ex ragazzi avessero compreso (finalmente) che è il caso di fare un po' più sul serio.
Ragion per cui il giochino del patchwork citazionistico scoppia come pop corn, mettendo a nudo la polpa, restituendo i suoni alle loro primitive funzioni, col risultato di renderli meno autoreferenziali e più coerenti alle necessità espressive. Sono quindi maggiormente credibili gli azzardi psych, i tremori folk, gli assalti blues-rock, e il disco nel suo complesso appare gustosamente classico e tiepidamente post-moderno assieme, sempre però nei ranghi della fruibilità pop tipica dei Gomez.
Degna chiosa di tutto questo panegirico - finalmente - le canzoni: basti citare la verve country-mambo di These 3 Sins (dalla spregiudicata adesività melodica su febbricitante lavorio di chitarre e gommosa effervescenza di basso), la fibra svelta e nodosa di Catch Me Up (ibrido wave, post wave e "no depression", cioé da qualche parte tra Television, Violent Femmes ed Uncle Tupelo, quanto basta per farsi un sol boccone di uno Strokes qualsiasi), la semplicità frastagliata di Me, You and Everybody (come dei Pearl Jam senza l'ingombro del passato - zampettano le percussioni, intarsiano le corde, barbagliano radi organi e slide guitar) e la complessità rabbonita di Sweet Virginia (trapestio marziale su wah wah digrignante, quindi la planata in obliquo verso un chorus d'archi e maliosa malinconia).
Insomma, i Gomez ci tengono a sottolineare di saper scrivere canzoni che non siano vieppiù frankenstein sonici tra modernariato e futuro prossimo, quantunque il vizietto si manifesti in quella specie di brodaglia Tom Waits/Bad Seeds diluita nella formalina che è Meet Me In The City (rito voodoo cui non manca niente se non un po' di sangue nelle vene), e nel rigurgito folk-rock di Nothing Is Wrong (che iniezioni psyco-sintetiche, l'andazzo cantilenante alla Oasis e un bridge onirico non salvano dal naufragio).
Vabbé, in effetti anche in passato qualche buona canzone l'hanno scritta eccome, però mai con tanta immediatezza e decisione, così agili nel coprire uno spettro che va dal blues-psych di Where Ya Going? (riff di vaga ascendenza Led Zeppelin su graticola ritmica) allo pseudo glam fuzz & feedback di Silence (tra gli ZZ Top e i Mott The Hopple) fino al country-blues di polvere, tremori e sussurri della conclusiva There It Was.
Una bella sorpresa, insomma, bravi sette più. Ma ora la questione è: in quanto band in bilico tra il gioco e la passione senza lesinare sprazzi di genialità, i Gomez avevano una buona ragione d'essere, un senso che, come prevedibile, si esaurì presto, una volta adeguatamente esplorato (furono sufficienti due dischi). Oggi che si avviano a diventare una "normale" band rock'n'roll, per quanto estrosa, versatile e brillante, faticano a guadagnarsi la qualifica di "indispensabili" nel loro ambito di competenza, che è poi lo stesso su cui amiamo spiaccicare i nostri sogni e i nostri dolori. Sono gradevoli, intriganti, ma inesorabilmente accessori.
La loro sembra la superfice agitata d'un lago poco profondo: un tempo le acque erano intorbidate d'invenzioni e sorprese, ma oggi che il fondo si scorge con chiarezza, chi ha voglia di tuffarsi di testa? Quanto a me, mi basta stare un po' sulla riva. C'è una bella luce, una brezza impertinente. Non è lontano da casa
(6.3/10)
Scheda: Gomez
Pubblicazione: 01 Maggio 2004
File under: Pop
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