Recensione
Cover image
Genere

post hard rock

Data di uscita

Aprile 2009

Pubblicazione

16 Maggio 2009

Pontiak

Maker

Thrill Jockey

A volte si può (quasi) giudicare un disco dalla copertina: Maker, opera seconda degli americani Pontiak - lo precedono l’album Sun On Sun e un ottimo e.p. con gli Arboretum in cui si riprendevano anche brani di John Cale - odora di ruggine e carburante, prefigura in qualche modo un suono di valvole sature e stordente ipnosi. E’ come presenziare a un festino desertico e accorgersi che ti sta montando dentro un trip che non sarà buono; che l’unica soluzione è aspettare che finisca e sperare che non danneggi troppi neuroni.

La lente dell’entomologo parrebbe allora la solita, quella acid-hard-blues, ma - poiché di band contemporanea si tratta - la prospettiva risulta distorta: ad esempio Laywayed azzoppa i Black Sabbath e AASSTTEERR li rimette in piedi, mentre Wax Worship allestisce una spirale di paranoia che si morde la coda. Ci si aspettano brani interminabili e invece ecco solo i tredici minuti della title-track, elastico cavalcare dalla California di fine ’60 verso una “post” psichedelia nervosa e tesa. Roba che non incaselli del tutto perché distante dalla memoria dei Monster Magnet e dagli scopiazzamenti Hawkwind; che non parla con sottigliezza math-rock però mostra una vaga attitudine "obliqua" appartenuta a Thin White Rope ed Engine Kid. Come si spiegano, sennò, brevi frammenti come i parossismi noise Headless Conference e Heat Pleasure, la stranita Blood Pride o una Wild Knife Night Fight rigonfia d’echi?

Più stoned che stoner, il disco non fa mistero di ispirasi al linguaggio codificato, molto tempo prima dei Kyuss, dai Blue Cheer e dal Randy Holden del misconosciuto Population II. Tuttavia gioca in modo sornione, girandoti - e un po’ girandosi - attorno con mosse feline pregevoli come la ballata fumigante Festival o lo sfaldarsi rauco Honey. Non capisci quanto ci sia di retroguardia e attualità, ti chiedi se discorsi del genere abbiano ancora un senso allorché l’incantevole folk gotico Seminal Shining confonde vieppiù le carte. Viene da ripensare ai Melvins di un ventennio fa, dove la differenza tra genio e beffa sfumava in una nebbia indistinta. Che qui è arancione invece che grigia, nondimeno attrae e spiazza in eguali dosi.

(7.3/10)

Scheda: Pontiak

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