Viene voglia di prendere un aereo e recarsi di persona a Brooklyn, alla sede della Daptone per abbracciare il boss Gabriel Roth. Perché esce nel momento più opportuno What Have You Done, My Brother?, nel mezzo cioé di un ritorno della soul music che inizia a stancare a causa delle figurine che vengono issate sul carrozzone. Troppe copie carbone delle Duffy e Winehouse in circolazione ed è tutto dire, mentre non abbastanza lodi fioccano per Bettye LaVette e Candi Staton, per Mavis Staples e Sharon Jones. In costoro giace ciò che dalle loro parti chiamano il “real deal”; loro hanno trasfuso anni di sofferenza e calci in faccia in musica sublime che - come quella dei Maestri - custodisce la fiamma di esaltazione e sudore, di elevazione e catarsi. Non puoi cantare l’anima se non la possiedi, no.
Proprio dalle Signore Jones e Staples - costei un referente primario per l’ugola ruvida - conviene partire, facendo tappa presso quel Como Now: The Voices Of Panola Co., Mississippi che esaltammo nel 2008: non soltanto perché medesima è l’etichetta, semmai in virtù del filo rosso che lega i tre dischi ed è un gospel robustamente allacciato al soul. La storia della Shelton la raccontiamo altrove: qui preferiamo sottolineare come una cantante classe 1940 che ha speso la quasi totalità dell’esistenza a cantare in chiesa la domenica e nei locali la sera sia giunta soltanto ora a fare un disco e come, di conseguenza, esso non possa essere che sfavillante. Di come sia giusto partire dal fondo, dalla A Change Is Gonna Come tatuataci sul cuore tramite l’originale di Sam Cooke e dalle versioni di Otis, Aretha e i Neville Brothers e che al confronto non sfigura quanto a intensità ed emozione. In un attimo capisci - ed è cosa buona e giusta che accada subito - quanto sia sbagliato parlare di revival a proposito di chi c’era già.
Non assisiti a reinvenzioni o pantomime perché chiunque sa il fatto suo senza ostentare: da Bosco Mann che produce all’arrangiatore e organista provetto Cliff Driver fino agli strumentisti, ognuno conduce una vita lontana dai riflettori, fatta di orgogliosa e quotidiana fatica. Logico infine che ogni dettaglio, dal sound caldo della registrazione alla grafica, sia confortevole proprio in quanto antico e costituisca la forza di tanto splendore. E’ solo così che fondi sacro e profano come nell’irresistibile “call and response” della quasi title-track e nello shuffle blues What Is This, nell’incalzante What More Can I Do? e nelle tinte country di I’ll Take The Long Road, in una By Your Side struggente e sudista e nel traditional Jordan River, a mezza via tra Stax e Motown. Tanto varrebbe citarle tutte, queste dodici canzoni irregolarmente divise tra originali scritti da Mann e cover, ma sarebbe tempo sottratto all’ascolto e dunque sprecato. Grazie della benedizione, Lady Shelton.
(7.7/10)
Scheda: Naomi Shelton
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