Recensione
Lemming Ronin
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Soundtrack, Morricone Voti redazione e staff

Ronin

Lemming

Ghost Records

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L’album d’esordio dei Ronin di Bruno Dorella, uscito un paio di anni fa, era noir. Un buco nero che flirtava tanto con i Calexico quanto con Angelo Badalamenti. Post rock e free jazz che convolavano a nozze. Blues cinematografico che seduceva e meravigliava. Fantasie acustiche e sperimentazioni intransigenti. Adesso, Lemming. Il nuovo disco. Che tutto è, tranne quanto ci si aspettava, viste le premesse.

Perché Dorella ha spostato la sua creatura in direzioni non inedite ma comunque particolari. Operando una virata stilistica che lo ha portato a tagliare i rami più estremi della sua musica – spariscono sia i deragliamenti avant che le prelibatezze pop – lasciando così un tronco sonoro spoglio in mezzo al deserto. L’unica concessione alla forma canzone, allora, è quella poco accomodante di Il Galeone, poesia anarchica scritta nel 1967 da Belgrado Pedrini e musicata in seguito da Paola Nicolazzi. La versione fatta dai Ronin ne consolida lo scheletro di folk da strada, mentre l’insolita scelta dell’americana Amy Denio come cantante dona una carica esotica ad un pezzo fortemente italiano.

Il resto dell’album s’immerge in soluzioni strumentali che odorano di mille fragranze. C’è il Sud America carioca e multicolore di La Banda. C’è l’ossessiva chitarra acustica di Mantra Infernale. C’è la bellissima desolazione di You Need It, Then It Comes, arpeggi psichedelici che sono splendide comete a rigare di malinconia la volta delle stelle. Ci sono le tentazioni etniche di L’Etiope, un passo in avanti verso una world music davvero globale. C’è la riproposizione di Mar Morto, presa di peso dal precedente cd e qui rinvigorita con l’ausilio della nuova band, fugace fotografia di un approccio post rock non del tutto dimenticato.

C’è una frase molto particolare, scritta da Dorella nelle note di presentazione di Lemming riservate alla stampa, che fotografa alla perfezione – pur con tutta l’ironia del caso – l’esatta portata di questo disco. “La mia piccola visione, la certezza di essere un musicista suicida e di avere nei Ronin un magnifico gruppo di visionari perdenti”. Certo, i Ronin perdenti non lo sono. Ma musicisti suicidi, questo può anche darsi. Perché si sono sbarazzati di quel minimo appeal pop che faceva bella mostra di sé in due o tre brani – peraltro ottimi – dell’esordio. Ma fa bene al cuore – e alle orecchie – sapere che lì fuori c’è qualcuno che si lascia guidare dall’istinto e non dai calcoli, dalla passione e non dalla finzione.

(7.2/10)

Scheda: Ronin

Pubblicazione: 01 Gennaio 2007

File under: Soundtrack, Morricone

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