Recensione
For Alan Lomax Fabio Orsi, My Cat Is An Alien
Cover image
drone music Voti redazione e staff

Fabio Orsi, My Cat Is An Alien

For Alan Lomax

A Silent Place

Bookmark and Share Gallery

E’ questa la materia dell’elettronica umanistica di Fabio Orsi: terra e carne, ed anche i suoni hanno un peso terrestre e corporeo. Si scorge tutta l’antica fatica ed il sudore del Sud, in questo incessante scambio tra uomo e natura che investe ogni nota di una maestà laica - eppure fortemente intrisa di spiritualità pagana che nasce dalla terra - offerta al Sud e al suo «popolo di formiche».

I dieci minuti introduttivi di Spring No More And Love Come In The Wind - la lunga suite che occupa per metà il primo volume dello split tributo ad Alan Lomax -, dicono, nella loro austerità, di un corpo che si sveglia da un breve sonno e va incontro ad una nuova alba ancora impastato di sudore, ed introducono infatti con uno sfasamento quasi impercettibile il canto di un bracciante siciliano, reso ancora più dolente dal suono di un piano in sottofondo.

Rade note di chitarra ed una base ritmica quasi minimalista conducono invece dall’altra parte dell’Oceano, dove la fatica dei campi di cotone viene stemperata dal canto negro carico di speranza di una donna del Mississippi. Ancor più che inOsci, Orsi lavora di cesello per lasciar confluire in un unico, magmatico flusso sonoro le diverse sezioni che compongono il pezzo: ma le tracce di umanità sparse lungo la sua durata rivendicano in esclusiva l’attenzione dell’ascoltatore, isole di magismo smarritesi chissà come in un labirinto di silicio.

Il calore sprigionato dal brano di Orsi, ideale sottofondo di pensiero meridiano, stride visibilmente con la siderea elettronica analogica dei My Cat Is An Alien. Se Spring No More And Love Come In The Wind è un inno cantato alla natura plasmata dall’umano operare, Heart Of The Eart H è musica che sembra provenire da altro pianeta o, come il titolo stesso vuole ammettere, dai luoghi meno ospitali e lavorabili della Terra. Al solito, loop di piatti, armonica, una chitarra spaziale, un piano giocattolo e poco altro sono i miseri strumenti di cui Maurizio e Roberto Opalio abbisognano al fine di indurre, meglio di qualsiasi droga, stati di trance cosmica.

Due modi speculari di accostarsi ad una stessa materia - leggermente fuori contesto quello dei fratelli piemontesi - da parte di artisti che non a caso provengono dai due estremi opposti della Penisola.

(7.5/10)

Pubblicazione: 10 Novembre 2006

File under: drone music

| Archivio
Vincenzo Santarcangelo
Vincenzo Santarcangelo (Album 2006)

Rss
copertina pdf #91