9 torna ad indagare le relazioni interpersonali, le intricate dinamiche sentimentali. Ci sono crimini che si compiono quotidianamente, ma di cui non ci si rende conto. Innocenti delitti nascosti dal velo della consapevolezza, squarciato poi dalla forza della verità. “It’s the wrong kind of place / to be thinking of you / it’s the wrong time / for somebody new / it’s a small crime / and i’ve got no excuse”, mormora Lisa Hanningan con l’afflato di una Beth Gibbons dall’alto di un pianoforte notturno in 9 Crimes e Damien, di seguito, a darle ragione, con voce profonda. Le linee si asciugano, certa ampollosità negli arrangiamenti si mette da parte, ma non sempre l’ispirazione è degna del suo nome. Animals Were Gone sorvola con sdolcinatezza pericolosa sulle soundtrack dei film di Audrey Hepburn degli anni Cinquanta, Rootless Tree e Dogs fanno un po’ storcere il naso per l’eccessiva orecchiabilità di un pop rock che non lascia tracce, Coconut Skins aggiorna la lezione folk del menestrello di Duluth al 2006, pur con un certo sprezzo ironico (you can lie between her legs and go looking for / tell her you’re searching for her soul), Accidental Babies si dilunga troppo nei suoi spasmi e languori, con fare quasi compiaciuto.
In fondo, però, c’è ancora qualcosa che si agita per uscire. Scalcia rumorosa una chitarra elettrica post grunge tra i Radiohead di You e Tom McRae. Insofferente. Prende il sopravvento. E lacci si annodano attorno ai polsi, cuoio che sfrega la pelle, smalto di sangue e vene di vetro. “I’m mad, I’m mad, I’m mad / like a big dog”. Un urlo insensato, una rabbia condensata in sette strofe che crescono nell’infinita reiterazione e danno sfogo all’anima. Benedette. Mai Rice è stato più crudo e diretto come in Me, My Yoke And I. Rigenerante presa di controllo della propria vita. Peccato che due-tre episodi meritevoli di attenzione non valgano l’intero disco. Ma il talento c’è.
(6.2/10)
Scheda: Damien Rice
Pubblicazione: 01 Novembre 2006
File under: Pop
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