Secondo album per la creatura di Alex Willner. 6 tracce lunghe come va di moda oggi, seguendo le orme di Lindstrøm e Prins Thomas. Di quel mondo che se vuoi puoi pure chiamarlo space disco, ma che qui approda da strade infarcite di glitch e IDM. La proposta non si discosta molto da quanto già affermato nell'esordio/bomba di qualche anno fa (Here We Go Sublime, Kompakt 2007), anche se si riconosce una maggior apertura alla warmness, quel basso caldo che fa molto Erlend Øye e Boards of Canada, quella ripetitività che sappiamo essere il biglietto da visita della minimal nordica. Tutto però senza strafare e con un'onestà che toglie qualsiasi ombra di dubbio poshy: il ragazzo ci fa accomodare nella sua dimensione onirica, nel ricordo che già Nathan Fake elevava a mito fondante il battito.
La pulsazione dello svedese -ossessivamente concentrata sul loop- si muove sulla lunga distanza che richiama le esperienze trancey di belgica memoria (sempre a nord siamo), ovviamente rallentate in accordo col canone Kompakt. E allora si fa presto a dire trip. I 10 minuti della traccia che dà il nome all'album sono un viaggio tra percussioni math (il disco è stato contaminato dal batterista dei Battles John Stainer, che qui si sente di brutto) e basso slappato post-funk-Squarepusher.
L'altro marchio di fabbrica sono i samples vocalici bianchissimi con l'aggiunta di qualche synth a 8 bit di casa Röyksopp (The More That I Do) e qualche inevitabile accenno al basso in sedicesimi di moroderiana memoria (Sequenced cavalcata da urlo). Un altro piccolo tassello che ingrandisce il mosaico electrospace.
Ieri, oggi. E domani? Tra una decompressione e l'altra stai a vedere che non esce di nuovo il botto. Kosmische Fields Forever.
(7.1/10)
Scheda: The Field
Pubblicazione: 16 Maggio 2009
File under: progressive happy space-disco-looping
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