Recensione
Transfiguration Of Vincent M Ward
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folk rock Voti redazione e staff

M Ward

Transfiguration Of Vincent

Matador

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Non è che il mondo si fosse dimenticato di lui, in questi due anni di relativo silenzio. É che di lui pochi al mondo si erano accorti. Ma di questo M. Ward sembra non curarsi, si può dire che tale situazione è organica ai canoni estetici che persegue. Con la terza prova quindi tenta di puntualizzare la propria rielaborazione in chiave solipsistica dei codici (genetici) folk-blues. Lo fa con calma, con umile cocciutaggine, con delicata dedizione. Anziché dirigersi verso la drammatica solennità di un Will Oldham o la tregenda cupa di un Jason Molina, si lascia dolcemente pervadere da vapori soul trasognati (l’ectoplasmatica A Voice At The End Of The Line) e speziati retrogusti latini (lo spiazzante melange di Fool Says) in fragrante filigrana lo-fi, innescando strani processi di malumore, abbandono, frenesia e leggerezza, saldamente piantati al suolo eppure volatili ed evanescenti come lo sfarfallare d’un falò.

Il mood si assottiglia, cristalli opachi sostituiscono i vetri scheggiati, tanto che mai come qui la voce ricorda da vicino quella del Nick Drake più ammiccante, a cui del resto paga dazio con Poor Boy, Minor Key, per metà opaco duetto jazzy chitarra-piano ed il resto simile a certe cose del bardo di Tamworth-In-Arden (chessò, tra Been Smoking Too Long e I Was Made To Love Magic). Lo stile chitarristico sprizza ora cromatismi rugginosi (Get To The Table On Time) ora soffice e accorato dinamismo (la breve Duet For Guitars No. 3, non troppo lontano dal Jim O’Rourke acustico, che è come riverire di sponda il grande John Fahey). Suona il piano come un romantico demodé, il cuore totalmente disincantato. Sorprende ma non troppo che di lui si sia infatuata la scomoda sensibilità di Chan Marshall, tanto che una versione di Sad Sad Song è appuntamento fisso del live act dei Cat Power. Stiamo parlando della traccia numero tre di questo Transfiguration Of Vincent, blues rurale consumato in una penombra d’organo, tra nude lusinghe di chitarra e campanellini in un palpitare fragile di tamburi, con la voce strappata ad un sussurro via vocoder e l’assurda insidia di un basso sintetico.

Non è l’unico momento contagioso rintracciabile tra le quindici canzoni in programma, (in)docilmente aggrappate ad un solco narrativo (la dolorosa parabola di Vincent O’Brian, quasi una reincarnazione paradigmatica di Vincent Van Gogh) ma quasi sempre in grado di giocarsela in proprio. E’ quello che capita al country gospel di Dead Man, impalpabile e toccante, al folk dai sapori caraibici di Outta Of My Head (baluginano corde, spande luce l’organo, prima si affila e poi si chiude a riccio la voce sul compiersi melodico), alla quasi title-track Vincent O’Brian (power pop su palchi vaudeville come talora è riuscito al miglior Ed Harcourt) e al bluegrass trasfigurato di Helicopter (il canto ebbro, l’incedere saltellante che – avocati gli spiriti tutelari di Violent Femmes e Giant Sand - scava un tunnel tra la Graceland di Paul Simon e l’asprigno fulgore di Joseph Arthur).

Appurata la disarmante facilità di partorire temi ammiccanti, occorre sottolineare come il cuore del disco riposi il proprio ombroso palpitare nella malinconia traslucida di Undertaker, calypso in slow motion dal commovente gioco di corde e voce in primo piano (su orizzonte di synth, organo e armonica), e in parte nella stranita rilettura folk della bowiana Let’s Dance, satura d’indolenza lieve, di sarcasmo disinnescato, gioco di memorie sprofondate nel groviglio del malanimo. Aprono e chiudono, a confermare il vezzo antico, due cinematiche parentesi strumentali, entrambe intitolate Transfiguration: la prima (la N° 1) è una specie di jam tra Sparklehorse e Calexico con tanto di field recording cicaleggiante, mentre la conclusiva (N° 2) ci serve una malinconia di piano come potrebbe offrircene l’Howe Gelb più ordinario, identica invece l’amarezza dissimulata, lo sguardo gettato nel cuore schivo delle cose.

Disco dalla semplice fruizione che rivela insospettabili profondità. Per Ward, una consacrazione sottovoce.

(7.5/10)

Scheda: M Ward

Pubblicazione: 18 Marzo 2003

File under: folk rock

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2003)

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