La notizia è che abbiamo tra noi un’altra brava cantautrice. Non proprio una debuttante, anzi: prima frontman in una jazz band, poi al lavoro con i Microphones di Phil Elvrum, quindi in duetto con la multistrumentista Ginger Brooks Takahashi (Songs From The Black Mountain Music Project, 2003) e di nuovo come frontman nel recente To All We Stretch the Open Arm a firma The Black Cat Orchestra, Mirah (nome completo Mirah Yom Tov Zeitylin) torna a deliziarci col suo terzo album da solista. Quello della maturità? Sì.
Come nei predecessori (You Think It's Like This But Really It's Like This del 2000 e Advisory Committee del 2001), la scrittura è ottimamente ispirata, ma rispetto a quelli la produzione ingrana la quarta (ci lavorano Elvrum e Bryce Panic del "giro" Old Time Relijun e il buon Calvin Johnson, già con Built To Spill e Jon Spencer Blues Explosion tra gli altri). Ne è nato così un lavoro intenso e ricco ancorché frugale, piuttosto vario pur nella generale attitudine a stuzzicare le penombre e domare incendi (che comunque covano pronti ad innescarsi).
Pensate ad un plausibile (plausibile?) punto d’incontro tra una Liz Phair cordialmente dissennata, una Cat Power meno dispersiva e una PJ Harvey senza l’ossessione blues. Inoltre, di Nina Nastasia lo sguardo dal di dentro, di certa Lisa Loeb la dolcezza affilata (e non certo la detestabile accessibilità impiegatizia).
Si attraversano quindi folk-rock elettroacustici (bello il brulichio d’organo sullo sfondo di Jerusalem, la mestizia differita nella voce e nella fisarmonica di The Dogs Of Buenos Aires, il crescendo drammatico fino ad un contrastante carnevale bossa in Don’t Die In Me) ad asprezze indie trattenute (il bailamme latin-punk di Look Up! tra sospiri appiccicosi e cambi di tempo, le reminiscenze wave su drum machine & sfarinamenti noise di The Light – che poi sfociano in una languida sospensione Velvet Underground) senza mai deviare dalla linea che unisce dolcezza e sgomento, amarezza e levità.
Coerenza poetico/emotiva che unifica l’ondivagare stilistico in una sola levigata superficie, al punto che è straordinariamente facile familiarizzare col mood del programma. Probabile che per questo lo si possa prendere un po’ sottogamba, poi però ti soffermi sulla consistenza di certi particolari (quei falsetti singhiozzati tra mantici d’archi e corde pizzicate in Nobody Has To Stay, l’introduzione di autoharp, l’opalescenza greve del corno, il sussurro raddoppiato - vagamente Cocorosie - ed altre magie soniche che ora non sto a dirvi nella madreperlacea We’re Both So Sorry) e sulla disarmante, semplice bellezza di certi quadretti (il valzer di malinconie fantasma nelle tiepide visioni di You’ve Gone Away Enough, l’afflizione flemmatica e rarefatta di Promise To Me – quasi un parto apocrifo della migliore Suzanne Vega) per ripensarci, ripensarlo, e dedicargli magari il tempo e l’orecchio dei momenti preziosi.
Così come prezioso è il finale tanghesco e fintamente sbarazzino di Exactly Where We’re From, tra archi pizzicati e carezzati, spinette puntute, coretti serafici, e quell’insidia rannicchiata come un animaletto selvaggio nel sottoscala.
Un bel disco, una bella conferma.
(7.1/10)
Scheda: Mirah
Pubblicazione: 01 Luglio 2004
File under: Indie Pop
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