Recensione
The Obliterati Mission Of Burma
Cover image
indie wave Voti redazione e staff

Mission Of Burma

The Obliterati

Matador

Sembra un paradosso: The Obliterati è soltanto il terzo disco dei Mission Of Burma, nonostante un corollario di live, raccolte di rarità ed e.p. al pari ricco e perciò consigliato. Si aggiunga che - a dispetto di un’interruzione piuttosto lunga che li ha diversamente impegnati - è di tre persone in circolazione da venticinque anni che stiamo parlando; gente che con poco ha esercitato un ascendente enorme su moltissimi (attestati di stima le numerose cover del classico That’s When I Reach For My Revolver) e, tra questi, un Bob Weston qui confermato alla regia. Sorpresero, del loro benvenuto riaffacciarsi al mondo nel 2004 il livello qualitativo e l’assoluta assenza di ruggine: con gioia ritrovammo il talento dei bostoniani immutato e anzi ingigantito.

Medesima allora la calligrafia e gli argomenti, presentati in composizioni che si sviluppano e auto sostentano come organismi; costante il vigoroso gusto melodico associato al tortuoso senso delle forme, il particolare che affiora nel magma sonoro. Cosa sola di muscoli e intelletto, insomma, questa musica, interpretato come l’atto più semplice e naturale dai suoi artefici, nonostante la certezza che neppure questo lavoro smuoverà di un millimetro la loro condizione di assoluta cult band. Va bene così, poiché nemmeno i signori Miller, Prescott e Conley hanno l’aria di curarsene, dediti a estrarre dal cilindro gioielli come la disco feroce Donna Sumeria che cita la moroderiana I Feel Love o 13, finitezza melodica tagliata da un violoncello accorato, più avanti sottolineata da Is This Where? Amareggiati dal mondo che li/ci assedia, preferiscono adattare al presente Buzzcocks e Undertones in Man In Decline e 2wice. Con scioltezza scompongono l’hardcore per Let Yourself Go e Good, Not Great, poi lasciano montare la tempesta per imbrigliarla nella matematica aggressiva di The Mute Speaks Out.

Neppure l’incubo degli ‘80 è risparmiato, demolito a colpi di rumorismo nei meandri di Nancy Reagan’s Head. Sopra ogni cosa, però, è l’eloquenza di uno stile a imporsi in cinquanta minuti di compendio e conferma di un’esaltante cifra stilistica. Da portare in palma di mano, i Mission Of Burma, e non certo per la misera temperie che attraversiamo. Oggi, come nel 1982 o nel 2020, questa è musica risplende di rara e vitale intensità.

(7.8/10)

Pubblicazione: 01 Maggio 2006

File under: indie wave

| Archivio
Giancarlo Turra
Giancarlo Turra (Album 2006)

Rss
copertina pdf #91