E’ quindi un Lekman ben più rodato di quanto non dica la discografia ufficiale, quello che nell’aprile del 2004 debutta su lunga distanza con When I said I wanted to be your dog. Dieci le tracce, nessuna inedita ma molte reincise per l’occasione, in cerca di quella forma perfetta a cui la volontà di Jens tende pur sapendola irraggiungibile.
Per costituzione. Per indole.Prendete Maple Leaves, ossessione dichiarata di Lekman, perennemente innamorato e insoddisfatto di questo pezzo: qui è presente in versione meno natalizia ma ugualmente efficace, tra il fiabesco Mercury Rev e le calde melodie d’altri tempi di Bing Crosby, roba da cuffie di pelo alle orecchie e pattini su ghiaccio, con più di un aggancio alla classica Mr Sandman dei Four Aces.
Immutata invece la stupenda If you ever need a stranger rispetto al Rocky Dennis ep, però penalizzata dalla posizione in scaletta, venendo subito dopo la spumeggiante You are the light, splendido marchingegno pop-soul che frulla Bacharach, Brian Wilson e Scott Walker con disarmante disinvoltura, grandi effetti fiatistici, archi vellutati e stop and go intanto che il clap hand rimarca con beato scazzo e i coretti femminili solleticano fantasie spectoriane, come capita di sentire nei migliori Belle & Sebastian.
É una parata di quadretti senza filo conduttore, legati però da quel senso di fragile intimità, d’impressione profonda abbozzata in acquarello struggente, comprendendo in un solo gesto il grave e l’irrisorio, il valore e la fuggevolezza. Come nel campo magnetico di Psychogirl, ballata a cuore aperto con accoratissimi violini su banjo zampettante (è il brano più nostalgico e toccante del lotto). O come quando in Cold Swedish Winter utilizza i modi del folk più delicato per sciorinare una beffarda invettiva (nel mirino, tra gli altri, Lou Reed) che è assieme dichiarazione d’amore per l’amata Svezia.
Se non tutte, Jens sembra voler mostrare molte delle frecce in faretra: l’epica periferica dell’iniziale Tram #7 to heaven (quelle apparizioni sconcertanti di arpe, campanellini, organi e fruscii, il gracchio della puntina in sottofondo, i violini che nel momento di maggior pathos stridono sulle casse, il canto di Lekman semplice e emozionante come Bono Vox non sarà mai più), i minimi termini armonico-strutturali di Silvia (praticamente il più romantico e rilassato dei Jonathan Richman, anche qui attenzione alle liriche!), l’errebì a cappella di Do you remember riots? (duetto lui/lei con il solo sottofondo di scocchi e battiti di mani, semplicità assoluta e raffinatezza da oscar, il ricordo di uno scontro di piazza raccontato nel più trasversale dei modi camminando sul filo tra amarezza e ironia).
E poi ancora il patchwork Kinks/Simon & Garfunkel tenuto insieme col nastro adesivo di Julie, per arrivare a quell’apoteosi lekmaniana che porta il titolo di Happy birthday, dear friend Lisa, che è proprio ciò che il titolo suggerisce opportunamente asperso di genio gracile (l’elementare efficacia di quei campioni, l’irresistibile prevedibilità della svolta bossanova) ed eleganza stralunata (il contrappunto malinconico della tromba, la flemma increspata della voce).Neppure quaranta minuti, però bastevoli a dimostrare il flagrante talento e l’inconfondibile calligrafia, ribaditi dalle due tracce aggiunte nell’edizione “internazionale” per i tipi della Secretly Canadian, licenziata in settembre: una A higher power che gioca a sventagliare e disinnescare l’enfasi della melodia (melodia rinascimentale con un bel quartetto d’archi arioso e energico, l’impeto stratificato degli archi, le scie brumose dei legni e degli ottoni, l’indolenza soul del canto), e quella title track Reed-iana (ma con tanto amore) che dipana malinconie languide e sonnacchiose, un romanticismo smaliziato, sempre sul punto di farsi caricatura come anche di rapirti nel suo abbraccio incantato.Lekman non fa mancare nulla ai propri ascoltatori: tenerezza, ironia, romanticismo, nostalgia, speranza, rilassatezza, amore, gioia, tristezza e malinconia.
Cosa vogliamo da una melodia se non che sia in grado di cambiarci lo stato d’animo? Lui ci riesce. Fate voi.
(7.8/10)
Scheda: Jens Lekman
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