Recensione spot
Cover image
Genere

Avant hip hop

Data di uscita

Gennaio 2005

Pubblicazione

01 Gennaio 2005

Kill The Vultures

S/T

Jib Door

Un altro disco che rivoluzionerà l’hip-hop, un’altra band che mette in discussione la stabilità della musica afro-americana contemporanea. L’esordio dei Kill The Vultures non scende a compromessi, e fa ancora una volta storcere il naso ai puristi (ma ce ne sono ancora??). Questa volta non sono i bianchi a sradicare la musica “nera”, a stravolgerla, come è stato per i cLOUDDEAD. I quattro musicisti americani mettono in campo un meticciato musicale che fonde jazz, rock e hip-hop radicale partendo da un rapping inconfondibilmente black.

 Fiati, percussioni, contrabbasso e poca elettronica: la fisicità del sound davisiano incontra ancora una volta il ghetto e si riscopre assolutamente in continuità con la contemporaneità afro-americana, stupenda attualizzazione di una storia lunga un secolo, cominciata nel mitico quartiere di Storyville, a New Orleans e proseguita con una impressionante soluzione di continuità fino ai giorni nostri. 

 Poco più di trenta minuti che bastano a far gridare al miracolo e tracciano la nuova strada della black music e non solo. La litania di Good Intentions basterebbe da sola a testimoniare le volontà programmatiche dei Kill The Vultures: un contrabbasso minimale sullo sfondo, flebili suoni di tromba che contrappuntano un rapping insolito, appena accennato, quasi recitato e una batteria che fa da sfondo più che da sostegno ritmico. Roba da fare arrossire tutto il Wu Tang Klan! La stessa struttura si ripete in The Vultures, ma in maniera ancora più insistente, claustrofobica, mentre in 7-8-9 compare addirittura una chitarra distorta e la batteria sembra scimmiottare gli Stooges

L’impatto è sempre violentissimo, un senso di vuoto pervade ogni brano come a voler evidenziare una dimensione percussiva (fisica, ancora una volta), che se ne sbatte dei “riempimenti” tipicamente pop. Una musica che è sempre, anche e soprattutto politica, alla faccia dell’intrattenimento. Il pianoforte di Beasts Of Burden, con il suo andamento darkeggiante mette quasi i brividi e richiama alla mente addirittura sprazzi di sound 4AD. Niente appare superfluo in questo disco, tutto ha il suo perché, come succede per tutta quella musica che prima o poi passerà alla storia.

(8.0/10)

| Archivio
Daniele Follero
Daniele Follero (Album 2005)