Partiamo con una premessa; questo Self Titled dei Liars è inferiore al suo (giustamente) magnificato predecessore, Drum’s Not Dead – a cui esce naturale paragonarlo. Lo è da molte angolature, e per una cosa a cui i Liars ci hanno abituati a non contare, ovvero, come nei migliori cani che si mordono la coda, l’abitudine. Ci eravamo abituati a scavare morbosamente con loro, ad attendere un passo sempre più crittografato, e ora ci rimandano in superficie. Tutto qui?
(Ri)-partiamo allora dalla metafora esplicativa Public Image Ltd. Se Drum’s Not Dead poteva essere visto come il Flowers Of Romance del gruppo di Angus Andrew, capite bene che questo è un po’ come dire che si sono giocati da soli, o comunque che dalla vetta hanno già guardato giù. Oggi si potrebbe semmai giocare a ritroso la carta Metal Box, ma con Liars, al contrario, si abbassa la posta in gioco; detto come si dice quando si parla di musica, qui si scrivono canzoni; non c’è più il concetto libero di agire, ma una deliberata e calibrata concezione, ovvero un modo (quasi biologicamente inteso) di concepire. Non si percepisce più quel flusso umorale che percorreva i brani negli ultimi due album, ma un’indipendenza reciproca delle composizioni, create appunto come canzoni – cioè con un mood che si sbarazza dell’insieme, e lascia il tempo (di tre minuti) che trova.
Ciò che resta è tutt’al più certa marzialità mitteleuropea (anche se il disco è stato registrato a Los Angeles, oltre che a Berlino), ma meno enfatica e oscura, e l’olio industriale (Leather Prowler) di una batteria rediviva. Ma se qualcuno vive e torna a vegetare, questa non è la drum protagonista dell’album precedente; ciò che riemerge dal liquame, che torna protagonista, è la chitarra, fin dalle primissime battute (Plaster Casts Of Everything), nei riff (Cycle Time, Clear Island) come nell’economia di tutto il disco. Liars tradizionalisti? Sarebbe come sentir dire al bugiardo “mento sempre”; non se ne esce. Certo è che uno dei gruppi più bugiardi e tradizionalisti di sempre, i Jesus And Mary Chain, è vicinissimo (in Freak Out Angus è gagliardo come il più gagliardo Jim Reid), a volte (Pure Unevil) addirittura perfettamente ibridato con Drum’s Not Dead.
Detto tutto questo, il bilancio non può non tener conto di una cosa, e cioè che i Liars sanno fare un passo indietro con stile e spasmi entusiasmanti. Le canzoni sono saggi di stile “alla Liars” – e da qui forse proviene il self titled, prove intercambiabili delle possibilità proprie – e altrui – dello scrivere canzoni in epoca di inflazionante neo-new wave. Ecco una possibile lettura; forse con questo disco i Liars sono riusciti a trovare la chiave passepartout per la wave dei Duemila – da spartire con i (una volta concittadini) TV On The Radio. Una disillusa pietra angolare, che fa tornare a pensare al Metal Box, pur essendo questo dei Liars (in potenza) uno standard col senno di poi.
Ciò che infine viene a galla in modo strafottente (ma nulla di riprovevole) è il mestiere con cui queste canzoni sono state scritte; lo stesso che si percepiva nei dischi degli Wire, altre persone, per la verità, poco sincere. Ricordo un’intervista in cui Andrew dichiarava di non essere interessato alla scrittura dei brani, ma alla loro esecuzione (desacralizzata). Qui i Liars desacralizzano se stessi, in una beata contraddizione (ascoltate la finale Protection, tra organi eterei alla Spacemen 3 e una melodia vocale da metà ‘80 a cui non si sarebbe creduto, fino a un anno fa) che scopre le capacità di scrittura. Insomma, sapete quando si rimprovera agli artisti delle avanguardie di non sapere disegnare lo studio di una mano? I Liars la sanno disegnare, e sanno anche mentire in modo impeccabile.
(7.3/10)
Scheda: Liars
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