In The Absence Of Truth esaspera il processo di rarefazione e stratificazionedel suono Isis già avviato con i due precedenti lavori: bisogna aspettare ben sei minuti e mezzo per ascoltare il primo growl di Aaron Turner nell’iniziale Wrists Of Kings, sorta di preghiera pagana intrisa di spiritualità tutta Neurosis.
La claustrofobica cappa sonora degli esordi ha lasciato il posto a tessiture sonore complesse e policrome – eccellente il lavoro delle chitarre -: dalle finestre delle carceri benthamiane di Panopticon è quasi possibile scorgere squarci di cielo azzurro.In In The Absence Of Truth estremo non rima necessariamente con pesante. Se dello sludge-core di Celestial e The Red Sea si scorge ben poco, estreme nondimeno rimangono le innumerevoli variazioni tematiche all’interno di un singolo brano (Garden Of Light), le sempre più frequenti e centripete divagazioni strumentali (Dulcinea), l’insistito tribalismo della sezione ritmica di Aaron Harris (Not In Rivers But In Drops), un massiccio e oculato utilizzo dell’elettronica (Over Root And Thorn, All Out Of Time, All Into Space).
Estremo, come sempre in Isis, lo slancio catartico verso l’infinito, e avvolgente l’aura di numinoso che si respira in tutte le lunghe composizioni.Tuttavia non è ancora il disco che ci saremmo aspettati dai bostoniani: perché indugia tra una personalissima rilettura del post-hardcore e una richiesta di affiliazione presso il gotha del progressive metal mondiale - oltre a fantasmi Tool percepibili in più luoghi, è agli svedesi Opeth che brani come 1000 Shards e Holy Tears volgono lo sguardo -; perché il cantato melodico di Turner, mai così presente, continua a non convincere del tutto, e pare talvolta tarpare lo slancio mistico ed ultraterreno della musica.
Perché in fondo un giorno vorremmo ascoltare un intero album che suoni come Firdous E Bareen, splendido dub primitivo e incalzante su cui probabilmente Justin Broadrick non tarderà a mettere le mani.
(6.7/10)
Scheda: Isis
Pubblicazione: 01 Ottobre 2006
File under: post-avant-metal
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