Recensione
There’s No 666 In Outer Space Hella
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Math post Voti redazione e staff

Hella

There’s No 666 In Outer Space

Ipecac Recordings

Dopo Ummagumma – la spartizione tra i componenti di un non-gruppo – i Pink Floyd fecero uscire Atom Heart Mother – la via barocca, più convenzionale e massimalista. Gli Hella sono sempre stati massimalisti. Nel 2005 fecero uscire il mastodontico Church Gone Wild / Chirpin Hard, doppio album che ancora ci perplime, diviso appunto tra i due musicisti - con la prima bestia appannaggio del solo mostruoso batterista Zach Hill, e la seconda del chitarrista Spencer Saim. E ora – pur conservando l’ira funesta – vanno in braccio a scelte più classiche, attorno ad un organico riassemblato con Josh Hill, Aaron Ross e Carson Mcwhirter.

There’s No 666 In Outer Space è dunque un free-noise meno free e meno noise, più vicino alla tradizione “a rotta di collo” del rock, che sopra ai Lighting Bolt - riferimento principe di un tempo ancora vicino - va a condividere pani e pesci con i Mars Volta (che ci piaccia o meno, già termine di paragone). La vera novella è la voce - protagonista perché collante addirittura quasi melodico tra le schegge della sezione ritmica impazzite secondo una progressione poco progressive – ma forte di una sfacciata epicità sicuramente prog, ai limiti dell’hybris metallara.

La batteria (da sempre tratto distintivo della band) è un galoppo continuo, come nei Don Caballero ma anche nel core depressoide dei Death Of Marat. Ma la preoccupazione di tappare ogni buco sonoro trascina a volte oltremisura la lunghezza dei brani, pur sperimentando sincopi spettacolari e destrutturazioni (di provenienza math) dei riff (World Series, dove i vocalizzi si stagliano come emessi da un Tom Verlaine cappone arrogante). Balena il dubbio che proprio la voce rappresenti un pericolo per il suono “alla Hella”. In Dull Fangs sventiamo un’inflessione vocale tra Robert Plant e Muse, ma si assiste a più riprese ad una versione supersonica (e duemilesca) dell’hard-rock di una volta. Arriva poi la convincente Soundtrack To Insecurity, dove lo pseudo-Verlaine è accompagnato da un lungo disimpegno alla Primus, scandito da scosse strumentali che fanno il verso agli impossibili ritmici ed elettronici di Squarepusher; e si rimettono le cose a posto.

Ma un’ora è lunga, e si fa a tempo a cambiare (parzialmente ma continuamente) idea, sugli Hella, sul disco, sui tempi che (si rin)corrono. Forse, coerentemente col titolo, il voto più giusto è

(6.6/10)

Scheda: Hella

Pubblicazione: 01 Gennaio 2007

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