I numeri, José Gonzáles se li è conquistati tutti, diciamolo. Con le 700 mile copie vendute di Veener il quasi trentenne ha sbancato tutti i tavoli più prestigiosi e ambiti, dal South By Southwest di Austin ai vari dischi di platino e oro in diverse parti del mondo, fino a conquistare letteralmente il Nuovo Mondo. E c’è di che essere contenti per un successo più che meritato, quando le doti e le capacità sono così evidenti. Per cui non suona più di tanto eccezionale l’attesa che si è montata all’indomani delle prime indiscrezioni sulla sua ultima fatica.
In Our Nature, un titolo dall’aura tanto universale quanto personale in realtà è l’approccio. Era già affiorato quel modo introverso e quasi maniacale nella costruzione dei brani, quel ripiegamento su se stessi alla ricerca della perfezione formale che senza forzatura alcuna si apre alla facilità d’ascolto, alla limpidezza di certe soluzioni che trovano nello stile classico il volano per la modernità. Segni particolari, che istigano ad una qualche reazione, che sia spegnere il lettore, andare avanti o ricominciare daccapo. Ecco, il più delle volte capita con lo svedese proprio quest’ultima, del tipo: “forse qualcosa mi è sfuggito, riascoltiamo”. Non è certo da meno questo secondo lavoro, dunque, che lascia perplessi e quasi allontana, o cerca di tenere a distanza, nonostante l’intenso richiamo sgusci via da quella porta socchiusa appena dietro le nostre spalle. Ė così con The Nest e Fold che nulla aggiungono alla storia scritta dalla sei corde del Nostro, un po’ Drake un po’ Simon & Garfunkel, episodi minori che dischiudono l’oscura intensità che si nasconde tra gli accordi di How Low o Down The Line (voce profonda e guizzi chitarristici quasi percussivi per un’accusa verso la stupidità umana che stenta ad imparare dai propri errori), nelle aperture quasi Sixties della title track, nel lungo crescendo della conclusiva Cycling Trivialities (risplende una volta di più l’impennata ritmica della chitarra), nel perverso e attraente ipnotismo di Teardrop, densa e sinistra proprio come l’originale dei Massive Attack.
Il resto scorre via senza troppo rimanere impresso, ciò che avevamo assaporato nella collaborazione con gli Zero 7 non si è trasformato in realtà, lasciando in stand by la curiosità di vederlo e sentirlo in altre vesti, deludendo in parte le aspettative riposte e riproponendo uno stile sempre ammaliante e ben congeniato (e il carattere deciso di Down The Line o How Low lo dimostrano ampiamente), ma fin troppo circolare e riconoscibile, soprattutto quando assestato su toni pacati come nelle già citate The Nest o Fold. Resta comunque la certezza di una scrittura matura, in cui ghiaccio e fuoco, natura e artificio, fede e disperazione, vengono condensati in una precisione artistica di appena 33 minuti, ma saremmo stati ben più soddisfatti se José avesse imparato ad osare di più. E chissà che la prossima volta non ci prenda in considerazione.
(6.8/10)
Scheda: José Gonzáles
Pubblicazione: 01 Settembre 2007
File under: Folk
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