Recensione
Leaving The Nest Benjy Ferree
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Pop Voti redazione e staff

Benjy Ferree

Leaving The Nest

Domino

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Il suo nome probabilmente non vi dirà molto. Nonostante i 32 anni di età e l’aver bazzicato l’ambiente musicale di Washington DC per quasi un decennio, Benjy Ferree è infatti un perfetto sconosciuto. Non si può certo dire che abbia avuto fretta di farsi conoscere (cfr. la nostra intervista), piuttosto ha aspettato che il destino bussasse alla sua porta. Sotto forma di un contratto con la Domino. Mica male per un debuttante assoluto, no?

Non stiamo parlando di una new sensation del pop come Franz Ferdinand o Arctic Monkeys, due nomi a cui la label inglese deve molto. Tantomeno di un fenomeno da blog, Pitchfork & My Space (lui queste cose le odia, figurarsi). Tutti gli indizi, dalla copertina dipinta - in stile pre-war, diremmo - fino al buffo aspetto da hobo-freak spiritato, portano dritti a un folkster sufficientemente eccentrico da non sfigurare accanto a tizi come M Ward o Devendra Banhart. Mettiamoci dentro anche un passato da aspirante attore del cinema proprio come Will Oldham, e gli indizi si fanno certezze. Beh, quasi.

Perché pur restando nel solco della tradizione – con tanto di santino Johnny Cash in bella mostra (una resa di A Little At A Time in salsa Waits-iana) - e nei sicuri confini di genere (quegli arrangiamenti in odore di old time music, con violino, armonica e cello), Leaving The Nest sa andare oltre il – new? – folk più ortodosso, vestendo la materia originaria di scintillante briosità pop. Vengono in mente i Kinks più sbarazzini (In The Country Side,The Desert, They Were Here), gli ovvi Beatles (Why Bother), persino il glam dei T Rex e lhard blues di Jack White (la sulfurea Dogkillers, la title track). Non un cantautore intimista quindi, piuttosto un cantastorie dotato di verve ironica (Private Honeymoon, un valzer tanto affettato e manieristico da diventare parodia), immaginazione fanciullesca (In The Woods) e abilità melodica (Hollywood Sign). E poi c’è una voce che, nonostante gli ascendenti importanti – Jeff Buckley, Marc Bolan, lo stesso Devendra – riesce quasi sempre ad aggirare l’ostacolo dell’autocompiacimento. Tanto da riservare a Benjy un posticino tutto suo nel già affollato panorama folk-pop contemporaneo. Un bel risultato, a pensarci.

(7.0/10)

Scheda: Benjy Ferree

Pubblicazione: 01 Febbraio 2007

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