Recensione
Crash My Moon Yacht Cerberus Shoal
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avant-rock Voti redazione e staff

Cerberus Shoal

Crash My Moon Yacht

North East Indie

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Dopo le sperimentazioni di Element of Structure/Permanence e la maestosità di Homb i Cerberus, spingendo la tecnica di esecuzione al limite, in Crash My Moon Yacht si fanno apprezzare soprattutto per il collage-sound dalla strumentazione riccamente etnica, un’orchestrazione implementata dall’uso intelligente e discreto dell’elettronica, mista a suoni naturali, che crossoverizza i territori floydiani richiamandone l’universo ctonio, terrestre.

L’avanguardia promulga nuovi confini, tra Third Ear Band e Robert Wyatt, ricollocando le membrane auditive in un terzo orecchio di matrice europea (Can, Ash Ra Temple, Massacre, Frith, Cora). I Cerberus allignano ormai nei contesti definitivamente indie e la categoria d’appartenenza somministrata dalla critica diviene una melted-theory definita come post-rock tribale (Gabriel, ancora, insidiato dal solco Tortoise, smaliziati entrambi da reminiscenze Matching Mole-Soft Machine).

Breathing Machine si slancia, epica, con la chitarra lead che taglia cristallina l’impasto etnico del tappeto di farfisa, banjo, xilofoni, trombe, flauti, sitar, tanto bene da non sfigurare tra gli scaffali di un purista dell’electric jazz. Elle Besh potrebbe essere una composizione di Paolo Fresu assieme ad Eberhard Weber, screziata solo dai soffi esistenzialistici di una voce nasale dall’afflato mertensiano.

Long Winded, come da titolo, soffia costante tra venti dominanti nei mari della Turchia ed il flauto si eleva esclusivo, per l’incanto di Dervishi in meditazione. Yes Sir, No Sir è una composizione importante, nel senso che prelude all’impostazione dei futuri lavori e, segnatamente, di The Land We All Believe In: una maggiore attenzione per il canto e la tecnica vocale, amplificata da impressioni albioniche dall’art-rock dei Seventies.

Tale passaggio stilematico determina, secondo noi, una flessione dell’impatto corale del collettivo e sminuisce le inclinazioni naturali degli strumentisti, circoscritte nei pertugi residuati dall’invasività e dagli echi delle voci. Asphodel è una vera e propria forma canzone, modulo tanto raro per gli Shoal; tributo a Wim Mertens e Robert Wyatt, il brano, acustico, chiude l’ottimo capitolo con delicatezza, armoniosità e dolcezza.

(7.5/10)

Scheda: Cerberus Shoal

Pubblicazione: 01 Gennaio 2002

File under: avant-rock

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Antonio Amodei

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