Anche se non lo sono affatto, tutti gli album dei Nostri suonano acustici o semielettrici, moody, alterni e mai sparuti: alcune songs dovrebbero assumersi la responsabilità della perdita della partenza, ma la catarsi reiterativa del corno e delle marimbas rifocilla l’animo, meravigliosamente fatalistico, introverso, quasi confessionale.Il feeling primitivo fa capolino ovunque, coimputati ipnotici drones, spalmati con voci adamantine ed intriganti. Matematiche trasversali sottendono un disegno complessivo, sempre ben presente nella mente dell’artista: jazzjams, etnicità e folk antico non restituiscono una mescola grigiastra, ma polifonie e paesaggi remoti: i Cerberus sanno dosare suoni e tempi, arie e silenzi, con maturità ed eleganza.
Homb è il capolavoro dei Cerberus, disco che li strappa dalla limitazione di nicchia cui sembravano destinati, che regala un respiro assai ampio di colori e contesti: una tavolozza d’idee ed espressioni in musica degna delle prime posizioni per una compilazione di un’ipotetica enciclopedia della musica strumentale.
Genialità, originalità, ispirazione trasudano dai solchi del lavoro, sempre sperimentale ed intimista certo, ma architettato su coordinate ed impalcature solide, elaborate, equilibrate, dove chitarra, fiati ed improvvisazione percussiva snodano le secche dell’incompiuto e confezionano brani quadrati, riconoscibili, determinati. Inetichettabile e frikkettone, l’album si giova di sonorità tipiche della new age, ma le partiture folk ed etno, gli adagi jazzy, le melodie orchestrali frantumano i generi ed una ricognizione stilematica esaustiva sarebbe vana.
Ancora Pink Floyd, ancora King Crimson, forse i Genesis prima maniera e la world di Peter Gabriel di Passion, ma le influenze non si contano ed i Cerberus sono abilissimi nel drenare tutte le migliori suggestioni per sincretizzare gli insegnamenti pregressi e liberare i loro psichedelici strali in una destabilizzante tour de force strumentale.
Harvest invita alla meditazione e prelude ad una choreia prossima ventura, paventa l’ignoto ma respira di brezza monastica, con i refrains circolarmente polmonari, dove un coacervo d’ominidi primordiali aggeggia un collage di voci ancestrali ed archetipici; Omphalos è un post Crimson sincopato, liricissimo, dotato di un ritmo in crescendo, pulsante, una preghiera cosmica enfatizzata dalle strutture ampie dei fiati, un mandala maestoso, un flusso d’oscuro presentimento inondato d’erotica sinuosità, lisergico e folle, tarantolato da un’onirica trance speziata d’oriente: stupendo.
La triade Myrrh 's si apre con una discreta presenza delle keyboards, una languida peristalsi plasmata da salmi turchesi e mediorientali. Il suo secondo movimento salta in un’oscura e malata idiosincrasia paesaggistica, dove una tromba aliena dialoga con un flauto panìco mentre il pulsare sottopelle di un basso insistente raddoppia gli squarci chitarristici per tornare, solennemente, all’ensamble strumentale collettivo.
Il terzo movimento è una litania rinascimentale, dal tono esotico, criptico, surreale ed a tratti canterburiano, una sorta di campana liberatoria di mussorskiana memoria. Il manifesto dei Cerberus è celebrato; tutti i successivi tentativi di miglioramento artistico resteranno lettera morta.
(8.5/10)
Scheda: Cerberus Shoal
Pubblicazione: 01 Gennaio 2002
File under: avant-rock
2002-2009 SENTIREASCOLTARE music magazine. Registrazione Trib.BO N 7590 del 28/10/05
Editore Edoardo Bridda Direttore responsabile Antonello Comunale Coordinamento Gaspare Caliri
Programming Luigi Pastore Art Karin Andersen Grafica Roberto Piazza Web designing Edoardo Bridda
Info (info at sentireascoltare.com) | Ufficio stampa Alberto Lepri (alberto.lepri at sentireascoltare.com) Teresa Greco (eventi at sentireascoltare.com)
Pubblicità Music Network









