Tra le band che stanno trasformando decisamente l’hip hop sia dall’interno che dall’esterno (da cLOUDDEAD a Kill The Vultures), Dälek è quella più legata alle radici nere del genere, ideologicamente e nell’attitudine musicale. E’ per uno strano paradosso (che è forse anche un pregiudizio), già verificatosi altre volte nella storia della musica afro-americana (vedi il jazz), che siano gli artisti “bianchi” a spingere maggiormente per una trasformazione della musica “nera”. Eppure, Ornette Coleman ha radicalizzato il jazz più di qualsiasi bianco avrebbe potuto fare, conservando, da un’idea molto astratta (quale poteva essere quella della libera improvvisazione collettiva) la natura più intimamente afro del jazz.
Anche nel caso di Dälek, almeno nelle intenzioni, permane questo legame immaginario con madre Africa sullo sfondo e si traduce soprattutto nell’attenzione per il ritmo, delle parole come dei suoni.
Tutta la discografia della band di Newark è segnata, rispetto a molta produzione che potremmo definire avant, proprio da questo costante legame con le tradizionali basi ritmiche dell’hip hop, laddove gente come Prefuse 73 è proprio da lì che parte la sua decostruzione del genere.
In questo senso, Abandoned Language, terzo album full lenght di Will “Dälek” Brooks e compagni (se si eccettuano le numerose e validissime collaborazioni con Faust, Zu, Kid 606, Techno Animal e Velma) è perfettamente in linea con i suoi predecessori. C’è, però, un’idea di omogeneità che nei lavori precedenti non era ricercata. I collage industrial, le esplosioni noise e le influenze rock di Absence, confluiscono qui in uno stile compatto e maggiormente orientato verso un sound più morbido e allo stesso tempo più ipnotico, con tappeti di sintetizzatori che trasferiscono l’ascolto ad una dimensione onirica ben diversa dall’aggressività metallica del più recente passato e rimandano più ai Boards Of Canada che ai Throbbing Gristle. Anche il beat rallenta, lasciando al rapping di Will Brooks più spazio e più flessibilità per incalzare le sue nenie socio-politiche. La title track, il sax minimalista di Content To Play Villain, le cupe atmosfere di Paragraph Relentless e Stagnant Waters rispecchiano al meglio queste idee di fondo, ma è proprio dove si prova a estremizzare questo linguaggio che l’album si fa ancora più interessante: i rumorismi “cinematografici” di Lynch e in particolare la psycho-tronica Subversive Script esprimono il meglio di questa nuova versione di Dälek, vestita di lunghi mantelli di kraut rock, ma con un anima pur sempre black.
(7.4/10)
Scheda: Dälek
Pubblicazione: 01 Febbraio 2007
File under: Hip Hop
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