Sante e puttane. Madonne e Maddalene. Sierra e Bianca, smuovono, provocano, dividono. Al solito, ruffiane e volubili, raccoglieranno ancor di più lodi e disprezzo con questa terza prova, specie se accanto alle canzoni dello scrigno, al mondo dei giocattoli e alla calza della strega, c’è il rap a variare il tema folk, le basi hip-hop a contrappunto delle rime, pose à la Björk a lisciar la coda e etnica prêt-à-porter a colorar le pareti. Un restyle che fa un po’ Novanta in apparenza (Dead Can Dance e Loop Guru in Rainbowarriors), che nasconde il vivido dettaglio dell’indietronica attuale e che sia titolo che copertina cercano di depistare. Meglio così, le adventures fanno sorridere non tanto per il cavallo di Sleepy Hollow, o per gli abiti siculo-secessionisti delle Casady, quanto per il porcellino di gomma che se lo schiacci suona, il gong e le molle di Beep Beep, e dozzine di altre chincaglierie del miracolo economico. Sintonizzarsi sul particolare, la scenografia, penetrando una femminilità adulatrice (ma in ricerca) tra passato e presente, istinto e sensualità, è una via all’ascolto.
Del resto c’è n’è da parlare, e per un po’, a partire dal rapping infantile di Rainbowarriors, gli Amari in carrozza, e dello scenario da fiaba losangelina di Promise, una sorta di “featuring of” di loro stesse sfuggente e fugace. La produzione per mano di Valgeir Sigurðsson, principale collaboratore della summenzionata (non a caso) Björk, è il tassello a completamento di molti brani, specie per quello per il quale vale la pena d’ascoltare tutto il resto, Japan, una marcetta a passo di carillon-carosello che procede per tapping sul tasto del ritmo in scatola (l’amico Mc Spleen), Giamaica alla Albarn spianata sul cartone del Risiko. A cantarla due soldatesse improbabili ma fiere che dicono di essersi ispirate a Wee Willie Winkie, uno di quelli che non si cambia mai d’abito ed è perennemente in pigiama a bussare alle finestre. Che dio le fulmini. Se avete pazienza per certi ghiacci e geyser (Houses e Miracle), avrete Animals, ballad urbana per piano ed effetti, l’evidenza che se c’è bisogno di tener un palco, lo si tiene.
(6.5/10)
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