I primi ascolti lasciano la sensazione di uno specchio infranto, squarci di luce tiepida in un continuum di singulti, strappi, ticchettii, loop, reverse e found voices. Una chitarra, un dobro, violoncello e violino, impalpabili pennellate di synth, aporie d’organetto: questi gli strumenti “suonati”, dei quali si insegue la fragranza del timbro, il suo limpido perpetuarsi e svanire, la purezza. Poi c’è il resto, il taglia e cuci elettronico - stratificazioni/sovrapposizioni/frammentazioni - strumento anch’esso anzi di più, una calligrafia, un codice. Avvengono insomma cose che fanno pensare al contemporaneo glitch, ma laddove quello si struttura altero e impalpabile, contrapponendo calore simulato ad algoritmo palpitante in un seducente gioco di realtà differita/evocata (vedi il caso dei Mùm o degli ottimi DNTEL), Zammuto e De Jong tengono i piedi ben saldi al suolo, non perseguono solipsismo o fughe nel grembo d’altrove, pescano nel vivo della memoria con piglio analogico, e – fatto non trascurabile - hanno il buon gusto (anzi: la salvifica propensione) di spolverare su tutto una sanguigna ironia. Lungo dodici titoli le lezioni di John Fahey, Penguin Café Orchestra, Gastr Del Sol e Brian Eno (e Smog, e Tom Waits, e Art Of Noise, e John Cale, e Boards Of Canada…) zampillano senza requie, lasciandosi docilmente manipolare, sottolineando il senso di estrema padronanza e misura con cui le parti entrano in gioco, un sistema vivo e funzionale di fattori, un florilegio essenziale di espedienti e scenografie, un’estetica coerente e lucidissima, perciò così serena, così lieve. Il loro è infatti un progetto complesso che poggia su basi semplici, elementari: inseguire il suono - il suo frangersi ritmico, aritmico e poliritmico – e i suoni – il loro accadere e inseguirsi, casuale e causale - e in questa fauna astrusa e palpitante cercare (aspettare, accogliere) i germi dell’espressione. Una autentica sinfonia di quotidianità manipolate, sorta di paradigma del pasticcio in cui si è andato a cacciare il rapporto tra l’uomo ed il mondo, nel cui cuore febbrile all’improvviso vibra un tremito di chitarra, o un frinire di violoncello, o un tiepido canto bluesy.
È come accendere un fiammifero nel buio: è appena un barbaglio, d’accordo, ma è il centro di tutto, riempie gli occhi e scalda il cuore. Si consideri il count-down concitato in All Our Base Are Belong To Them: annuncia nientemeno che… una pennata su una chitarra acustica. Sembra niente, ma è il punto della questione. È pura vibrazione d’aria, propagarsi armonico d’onde. Il grado zero da cui sboccia d’un tratto la melodia, come il convergere di istanze brevi, occasionali, transitorie, eppure sufficienti a contagiare tutto il resto. Scorri queste tracce, le lasci consumare una ad una, e ora ti sembrano impenetrabili, ora ti accarezzano i pensieri, ora sono il profilo semplice di un sorriso, ora lo sguardo cupo di una bolgia organizzata. I found voices spandono il loro formalismo distaccato (nell’iniziale Enjoy Your Worries balenano schegge di cronache sportive, Contempo ri-contestualizza l’omonima pellicola di Godard, in Read, Eat, Sleep c’è addirittura un esercizio di dizione), mettono in scena la paura del contatto (l’aspro rifiuto opposto al bambino che crede di riconoscere i propri genitori in Motherless Bastard, così lontano così vicino a certo Badly Drawn Boy), schiudono la ferita della comunicazione sterile/ostile sulla quale il suono – field recordings (artificiali?) compresi – asperge una glassa di consapevolezza, come lo sguardo di chi trascende la superficie.
Ed è il nostro. Uno sguardo che sa abbandonarsi ad insensatezze dada, che sa accogliere la schizofrenia delle forme (le suggestioni latinoamericane tra i reperti country-blues di All Bad Ends All, che diventano foschia pseudo-ambient in Thankyoubranch) come antidoto alla fossilizzazione intellettuale, all’intruppamento/soffocamento delle idee (il grottesco siparietto à la Monty Python di Deafkids). Situazionismo omeopatico, calato nell’intimo con irriguardosa tenerezza. Alla fine ti accorgi di aver viaggiato sul pelo del sensibile, di esserti incagliato nel denso delle cose e poi di averle attraversate con un pensiero. Di esserne uscito allarmato e diverso. Non sai bene come, ma è così. Ed è un bene.
(8.1/10)
Scheda: Books (The)
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